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milano (MI), Italia

il borgo sostenibile di figino.milano

Giampiero Lagnese, Roberto Cosenza, Emilio Caravatti, Roberta Germano

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planovolumetrico

Caratterizzato da una marcata identità territoriale, il borgo originario di Figino è al momento incapace di approfittare delle ampie aree verdi al contorno come anche della facilità di accesso viabilistico, fonte solo di fenomeni di degrado e di illegalità.

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Il contesto, oggi, si presenta come un vuoto “in attesa”, ma soprattutto in potenziale forte appartenenza alla campagna che ne costituisce una opportunità ma anche una fragilità, chiuso com’è a nord da edifici di massa compatta in forte contrapposizione con gli insediamenti storici del borgo. Su fronte meridionale, infatti, il tessuto originario di edifici a cortile disposti con continuità lungo gli assi stradali cede il posto ad edifici recenti del tipo a blocco isolato, per altro di bassa qualità architettonica, indifferenti ad alcuna relazione. Questa condizione di disomogeneità morfologica crea una criticità per il progetto, perché impedisce una ipotesi di continuità col borgo e richiede di intervenire con regole e distribuzioni spaziali complesse, capaci comunque di costruire relazioni con la complessità e la conflittualità esistente sull’area.

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Il progetto è stato elaborato coerentemente con l’idea che, soprattutto quando si tratta di fondare” una nuova comunità, ci si debba opporre a regole di organizzazione degli spazi eccessivamente impositive. Un luogo apparentemente poco pianificato, quasi generato automaticamente, senza una intenzione precisa.

Il funzionamento complessivo dell’insediamento è basato sulla distribuzione omogenea delle residenze e sulla integrazione diretta sia con i servizi integrativi per l’abitare che con le attività commerciali. Il sistema si lascia attraversare sia lungo la direttrice est-ovest, che lungo la dimensione trasversale nord-sud, che procede dal centro abitato verso la campagna, ma sono suggerite anche visuali e percorrenze diagonali. La porta del sistema è costituita dalla testata occidentale, che si rapporta con l’asse stradale proveniente dalla chiesa, e ne rappresenta la pausa spaziale più significativa. Il borgo assistito costituisce il naturale terminale, ad oriente, del sistema e soggiace alla medesima logica compositiva. Tra i due poli una percorribilità centrale preferenziale è solo allusa, all’interno della distribuzione trasversale e longitudinale sostanzialmente omogenea dei blocchi. Coerentemente, il fronte sud dell’intervento si pone come nuovo limite dell’edificato di Figino verso la campagna ma non ne costituisce la soluzione, anzi ne cerca una continuità. Articolandosi e fratturandosi, si lascia attraversare. La campagna penetra all’interno dell’insediamento, si incunea tra i volumi del costruito. Ne risulta un intervento urbano leggibile come parco attrezzato che accoglie abitazioni e servizi, filtro sulla campagna, di cui l’intero borgo di Figino si dota. La percorribilità al suo interno non si articola su connessioni dirette tra le parti. La permeabilità è garantita, ma la percezione dello spazio diviene un gioco di rimandi visivi che si instaura tra i volumi, in una successione dinamica di prospettive interne e verso l’esterno.

L’impianto non si organizza per strade e isolati, né per edifici in linea, ma ricerca una forma insediativa che, pur configurandosi chiaramente come spazio urbano, coniughi una certa rarefazione tipica dei borghi rurali. Piccoli edifici a blocco – di pianta quadrata – che accostandosi in maniera apparentemente casuale costruiscono un tessuto omogeneo, quasi continuo, e individuano ambiti spaziali intrecciati, analoghi a quelli del cortile tipico dell’impianto originario di Figino, in una progressione tra lo spazio pubblico, quello semipubblico dei “cortili e quello privato degli alloggi. Una complessità a partire dalla “elementarità” del volume costruito. I volumi elementari si “accoppiano” naturalmente. La regola compositiva prevede che ciò avvenga conservando sempre una traslazione planimetrica relativa e una differenziazione in alzato. Uno dei due, quello che presenta altezza relativa maggiore, ospita la scala, che così serve da tre a quattro alloggi per piano. Le coppie, poi, si possono aggregare a formare nuclei di fino a sei elementi contigui. Si genera così un sistema di ambiti spaziali – sorta di “unità di vicinato” – che agevolano le relazioni sociali in una dimensione maggiormente intima, in rapporto al consistente numero di abitanti della nuova comunità. Tale dimensione semipubblica suggerisce l’uso sociale e condiviso degli spazi, facilitando le attività comuni degli abitanti del quartiere (co- lavoro, eco-club, etc.), nonché la naturale relazione tra gli alloggi speciali, maggiormente aperti alle interazioni di gruppo (mamme di giorno, famiglie solidali) o al rapporto con utenze esterne alla residenza residenziale (alloggi studio).

Uno dei motivi della soluzione d’impianto proposta, affidata all’articolazione planimetrica e altimetrica di blocchi compatti, è che essa consente sempre il doppio se non il triplo affaccio. Il che garantisce un grado di soleggiamento e di ventilazione ottimale, otre ad aumentare la piacevolezza e la varietà dell’uso dello spazio residenziale, nonché la ricchezza di viste sull’esterno. Da non trascurare il fatto che tale condizione aumenta notevolmente la possibilità di diversificare l’articolazione interna degli alloggi ed anche il grado di flessibilità nelle trasformazioni. Il principio dell’utilizzo di un’unità elementare variata nella posizione e nell’innesto con le altre consente di avere un alto grado di varietà, tanto della conformazione dello spazio urbano, quanto del singolo alloggio, senza per questo inficiare l’ottimizzazione del processo costruttivo.

L’alternanza in pianta di alloggi di varia pezzatura, congiuntamente alle sottovariazioni tipologiche previste dal bando e alla rotazione che i blocchi subiscono in dipendenza delle loro varie connessioni reciproche, produce come esito formale una notevole variazione in facciata del sistema delle bucature. Al fine di garantire una maggiore privacy e un’adeguata sicurezza, gli alloggi previsti dal bando al piano terra sono stati posti ad una quota rialzata rispetto al piano di campagna. L’organizzazione degli atri, delle scale e degli ascensori è stata orientata alla eliminazione delle possibili barriere architettoniche derivanti da tale scelta. La soluzione del piano rialzato è stata adottata anche per ottimizzare il funzionamento degli alloggi studio. Infatti mentre l’accesso all’alloggio è posto a quota rialzata, quello autonomo alla zona studio – dall’atrio o direttamente dall’esterno – è posto a quota zero. Questa soluzione garantisce una maggiore autonomia spaziale e funzionale, oltre ad aumentarne l’altezza interna e arricchire l’articolazione dell’intero alloggio.

La variazione in alzato dei blocchi consente di avere una grande disponibilità di terrazzi praticabili raggiungibili direttamente dalle parti condominiali. Il progetto prevede di impiegare tali terrazze come una risorsa. Integrandone il perimetro con quinte murarie, adeguatamente provviste di bucature, possono essere parzialmente coperte e ospitare anche dei vani chiusi; si prestano a usi plurimi, quali stenditoi e lavanderie condominiali, alloggi di tipo A4 – con annesso terrazzo-patio per l’intrattenimento all’aperto dei bambini – per le “mamme di giorno” e in generale alle attività delle micro-comunità che il progetto incentiva a sviluppare.

Il sistema costruttivo è volutamente sobrio, caratterizzato in prevalenza dalla variazione di pochi ma precisi elementi (dimensioni finestre, logge, uso di pochi materiali). Le scelte dei materiali corrispondono ad una ricerca di soluzioni consolidate e sperimentate nel tempo. Si è mirato soprattutto ad utilizzare nel progetto materiali, tecniche e componenti già ampiamente collaudati, tipici della tradizione costruttiva, che al contempo non prevedano necessariamente l’impiego di tecnologie e manodopera altamente specializzate.