© Andrea Angius . Pubblicata il 17 Ottobre 2009.
La proposta progettuale si muove all’interno del perimetro di un planivolumetrico e una suddivisione dei lotti non modificabile, pertanto vincolata, nel risultato finale, dal rispetto di alcune premesse che lasciavano la risoluzione complessiva dell’intervento, dal punto di vista urbano, legata alla sola definizione tipologica e architettonica dei singoli edifici. Compreso che i tracciati stradali, i confini dei lotti e le diverse consistenze volumetriche che su essi insistono, erano preordinate, si è quindi optato, nel rispetto dei vincoli esistenti, per un intervento che comunque non rinunciasse all’indispensabile necessità di costruire non già un semplice quartiere residenziale, ma un frammento di tessuto che riuscisse a ricreare quell’immagine e quelle dinamiche urbane che troppo spesso sono state dimenticate nella costruzione di rilevanti comparti abitativi contrassegnati indelebilmente, negli ultimi trent’anni, da una riconoscibile monotonia e ripetitività in grado di mortificare la caratteristica principale di qualsiasi città: la varietà architettonica. Nei tessuti urbani tradizionali la diversità è garantita da una ovvia parcellizzazione delle proprietà, dalla non simultaneità delle attività edificatorie, dalla stratificazione temporale, dalla varietà della committenza per cui, anche in tessuti omogenei, come quelli medioevali o anche ottocenteschi, la varietà è comunque una condizione obbligata che introduce quella straordinaria necessità dell’abitare che coincide appunto con il senso di appartenenza e di identità. In sostanza ciò che fa di qualsiasi città o parti rilevanti di essa, uno straordinario organismo, è al contempo la sua identità complessiva e al suo interno, un incredibile accostamento di varianti per cui non è possibile trovare, pur nella condivisa impostazione d’assieme, sia tipologica che architettonica, una casa uguale all’altra, un edificio totalmente ripetitivo di un altro. Su questo evidente quanto incontrovertibile principio regolatore dei “fatti urbani” si articola la proposta di un progetto che nel ricercare al contempo il principio regolatore dell’insieme e lo strumento che garantisca la continua variabilità architettonica dei singoli edifici, “inventa” una variante tipologica all’edificio in linea che potremmo definire come una nuova tipologia costruita per elementi puntuali. Si tratta in effetti di una variante delle conosciute aggregazioni in linea o a schiera, dove le parti giorno e i collegamenti principali sono staccati da un corpo principale omogeneo e trattati come elementi singolari, appunto differenti e quindi artefici di una variabilità e alterazione contenuta dell’immagine architettonica che conferisce all’insieme urbano quella vibrazione che è in effetti l’elemento costitutivo dell’dentità. Con ciò la città cessa di essere semplicemente accostamento di edifici e diviene organismo, cioè struttura paragonabile agli elementi naturali. Il valore del progetto consiste proprio in questa variabilità, identità e differenza del disegno degli elementi singolari, le torri, o meglio gli avancorpi che staccandosi da un’ossatura ripetitiva esprimono il valore particolare e specifico dell’abitare di ogni singolo individuo. La visione che si avrà all’interno del grande giardino centrale sarà quindi generatrice di immagini e scorci sempre variati poiché ogni elemento, ogni torre, potrà assumere una propria specifica connotazione. Nell’intenzione del progetto c’è l’intenzione di trasformare l’evento costruito in un evento architettonico in grado di riprodurre con la diversità quell’effetto urbano, l’effetto città che in molti casi i quartieri residenziali di recente costruzione non riescono ad esprimere.
© Andrea Angius . Pubblicata il 17 Ottobre 2009.
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