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© Beppe Giardino . Pubblicata il 19 Novembre 2009. Testo e elaborati grafici: MARC – Foto: Beppe Giardino © Beppe Giardino . Pubblicata il 19 Novembre 2009. Mentre nel 2006 aprivamo MARC, ci imbattemmo in un edificio nella periferia nord di Torino, che ci impressionò profondamente. Inedito, sfuggito al dibattito anche locale sull’architettura e sui quartieri di edilizia economica, ci colpì per i volumi fuori misura, per le strane aperture, per gli enigmatici aggetti. A prima vista non ce ne fu chiara neppure la funzione (un ospedale?). © Beppe Giardino . Pubblicata il 19 Novembre 2009. Un edificio poco noto, e non bello: dopo le prime esplorazioni ci parve chiaro che ci sarebbe stato utile per sviluppare alcune convinzioni, senza doverci necessariamente piacere.
Ci sembra infatti che l’edificio nasconda un “cuore” di grande valore: la sezione interpreta la tipologia della casa a ballatoio, riuscendo però a fornire due affacci pieni e una terza aria sul ballatoio a ciascuno dei numerosi appartamenti, attraverso un complesso sistema di incastri fra unità duplex e corridoi di distribuzione. Il tutto riducendo al minimo i percorsi: ottanta alloggi serviti da soli quattro corridoi (su dieci piani!) e da un solo vano scala: un sistema distributivo che trae origine da modelli sofisticati, come l’hotel Latitude 43 a Saint-Tropez di Georges-Henry Pingusson (1931-32).
La scelta distributiva attuata in corso Taranto 80, in realtà, è soprattutto un modo di concentrare lungo un cuore pubblico le occasioni di incontro e di relazione: vi sono ai vari piani aree comuni dedicate feste e riunioni, ai servizi di lavanderia, all’asilo. Il sistema di un’unica anima pubblica per oltre 300 persone dona ancor oggi all’edificio una vitalità inaspettata, che si esprime nella compattezza e nell’organizzazione dei condòmini e nel fatto che l’edificio ha generato varie forme di micro-imprenditorialità: ditte di servizi internet, una società medica, alcune attività artigianali. Un piccolo sistema urbano, che contrappone un segnale di funzionamento e ottimismo al degrado, alla tristezza e alla carenza di servizi del quartiere.
L’edificio rappresenta un equilibrio singolare tra modelli disciplinari distanti (i progettisti romani; i modelli francesi; ma anche la “leggenda”, riferita fieramente dagli abitanti, che il progettista fosse olandese) e radici locali: la citazione del ballatoio, il tentativo di chiusura dell’isolato, e anche il tetto a falde alla piemontese, del tutto inatteso in un edificio come questo.
Inoltre, Corso Taranto 80 ci interessa perché la sua conoscenza è avvenuta secondo i passaggi che caratterizzano abitualmente il nostro lavoro progettuale: l’inizio necessariamente soggettivo, la riflessione logica sul funzionamento, la ricerca di fattori che sappiano influenzare la qualità della vita.
Infine, e soprattutto, l’edificio ci aiuta ad affrontare un nostro timore: che l’architettura (la sua scala, la sua portata, la sua disciplina) possa risultare ininfluente, da un lato impotente rispetto alle logiche quantitative della città, dall’altro incapace di generare una qualità dell’abitare, spesso affidata alla dimensione dell’interno. Un timore che, per noi, corso Taranto 80 contribuisce a dissolvere. © Beppe Giardino . Pubblicata il 19 Novembre 2009. Corso Taranto, oppure “E7”, è una delle 24 aree individuate dal Comune di Torino quando, nel 1963, fu stabilito il finanziamento dei provvedimenti della legge 167, in materia di edilizia residenziale pubblica.
Tra 1967 e 1969, assecondando l’immigrazione che stava portando la popolazione torinese a raddoppiare rispetto al primo dopoguerra, sorsero lungo Corso Taranto oltre 5000 vani per iniziativa dello Iacp (Istituto autonomo case popolari) e del Comune. Si trattava soltanto dei due terzi del piano elaborato per la “E7”, ma quei 23 lotti portati a termine ospitavano già 6700 persone, 400 in più di quanto previsto per tutti i 32 lotti inizialmente progettati.
Si determinò una situazione di densità abitativa ben superiore alle attese, in un’area fortemente periferica e quasi del tutto sprovvista di servizi. La formazione spontanea di Comitati Tecnici Amministrativi, l’organizzazione “politica” del quartiere tramite la sistematica elezione di capi-scala, le Commissioni popolari per i trasporti e il commercio, rappresentarono il risvolto più vitale e impegnato di questo disagio. Corso Taranto divenne presto a Torino luogo simbolico per chi aveva a cuore la rivendicazione di un’equa distribuzione dei diritti alla cittadinanza.
In questo contesto sorse, tra 1973 e 1975 (su progetto del 1966), la casa di Corso Taranto 80, promossa dall’INCIS, Istituto Nazionale Casa Impiegati Statali. Il programma era di ottanta appartamenti e numerosi ambienti comunitari. I progettisti furono i romani Pietro Barucci e Sara Rossi: il primo già assistente di Adalberto Libera e progettista del Tuscolano I a Roma (1950-51), la seconda allieva di Bruno Zevi e a lungo collaboratrice de “L’architettura cronache e storia”.
© Beppe Giardino . Pubblicata il 19 Novembre 2009. © Beppe Giardino . Pubblicata il 19 Novembre 2009. © Beppe Giardino . Pubblicata il 19 Novembre 2009. Corso Taranto 80, Torino; sezione nord-sud (elaborazione MARC) © MARC . Pubblicata il 19 Novembre 2009. Corso Taranto 80, Torino; schizzo del sistema di distribuzione (elaborazione MARC) © MARC . Pubblicata il 19 Novembre 2009. Corso Taranto 80, Torino; schizzo del sistema di distribuzione (elaborazione MARC) © MARC . Pubblicata il 19 Novembre 2009. © MARC . Pubblicata il 19 Novembre 2009. © Beppe Giardino . Pubblicata il 19 Novembre 2009. © Beppe Giardino . Pubblicata il 19 Novembre 2009. © Beppe Giardino . Pubblicata il 19 Novembre 2009. © Beppe Giardino . Pubblicata il 19 Novembre 2009. © Beppe Giardino . Pubblicata il 19 Novembre 2009.Casa INCIS, oggi ATC, in Corso Taranto 80 a Torino (1966-75)