Considerazioni sull’intervento Le prime riflessioni su piazza Giuseppe Verdi a La Spezia sono rivolte al suo grado di appartenenza alla tipologia propria di piazza. Sebbene riconoscibile dalla varietà delle architetture degli edifici che ne compongono e ne costituiscono l’insieme e dal ruolo civico che essa ha assunto nel tempo, la geometria rettangolare allungata di 45 m di larghezza per 200 m di lunghezza, riporta alla dimensione spaziale del boulevard, dove è sensibile la tensione assiale che attraversa la città aprendo uno spiccato dialogo prospettico con il contesto. Questa tensione risulta attualmente soffocata da un disordine dominante identificabile nella stratificazione di un tracciato viabilistico funzionalista ed indifferente ad un progetto di disegno della città.
Le antiche riproduzioni fotografiche della Piazza Verdi di La Spezia e i sopralluoghi effettuati hanno semplicemente fatto riemergere in noi l’esigenza di ricondurre la Piazza all’originaria ampiezza e nudità dell’area occupata dalla stessa, cancellando tutti gli elementi che negli ultimi decenni hanno stravolto l’idea della Piazza, non più intesa come riferimento e ritrovo fondamentale della città, ma utilizzata come un viale di passaggio o di sosta temporanei.
Pulizia e libertà visiva si presentano come priorità nel nostro processo progettuale in una logica di sottrazione come strumento di rivalutazione, dove la costruzione di un vuoto può far risuonare la differenza tra le cose. E’ suggestivo come, ripercorrendo la storia della piazza, è ricorrente il tema dell’assenza: assenza della scomparsa dell’edilizia popolare che seguiva l’andamento curvilineo della costa al di qua del promontorio cancellato; assenza di quello sperone collinare affacciato sul mare che conteneva in sé le ragioni spazio temporali dell’antica Spezia; assenza del teatro che distrutto al centro dell’antipiazza avrebbe dovuto risorgere nell’isolato a monte. Alla luce di queste riflessioni l’intervento si propone di ricucire il rapporto tra la tradizione italiana della città e quella dell’architettura, esaltando la piazza e gli edifici che la definiscono.
Proposta di progetto Il progetto indaga la possibilità di utilizzare la città come si è depositata nella storia e costruita progressivamente e, contemporaneamente, la spendibilità del linguaggio di derivazione classica per rappresentare la contemporaneità, attraverso il dinamismo, la velocità e il movimento che caratterizzano l’intervento e la sua modernità. La proposta è di lasciare frammenti di memoria tracciando sull’asfalto gli ipotizzabili percorsi di auto in corsa e in movimento nei due sensi di marcia, biciclette e pedoni così come ci siamo appropriati dei lunghi nastri disegnati e voluti dal codice stradale, delle strisce pedonali, continue, discontinue, degli stop. La registrazione nel disegno a terra di flussi e moti di movimento sono un modo per fissare sul terreno le tracce della pluralità delle pratiche d’uso della città da parte della popolazione. La sottrazione punta dunque alla restituzione di senso al luogo e, attraverso questo, alla comunità che in quel luogo si proietta, garantendole la possibilità di riappropriarsi dello spazio pubblico. Le tracce del passato e la memoria del passaggio delle auto, che dovrebbe sparire nel tempo e ridestinare la piazza all’uso della città, diventano il tema progettuale e il disegno di una porzione di questa stessa.
L’intervento è composto essenzialmente dal disegno dei fasci luminosi lasciati dal passaggio delle auto di notte e dalla materializzazione di questi ultimi in elementi scultorei definiti da un rapporto di proporzioni tra i volumi, dalla variabilità delle altezze e dall’andamento curvilineo delle linee nella piazza. La logica compositiva risulta comprensibile e percepibile nella naturale sequenza degli spazi basata sulla percezione del vuoto in quanto spazio di relazione. Una piazza che concretamente ritorna tale e che concettualmente conserva tutte le sue trasformazioni in volumi, in pieni e in vuoti e addirittura trascinando con sé il passaggio dell’uomo.
Soluzioni di progetto Una piazza il cui il disegno crea isole pedonali o piste ciclabili o semplicemente spazi di sosta e di seduta. Nastri di cemento bianchi fotoluminescenti che di notte si illuminano come un cielo in cui puoi leggere le costellazioni e che si srotolano lungo tutta la piazza Verdi con altezze diverse e incostanti, creando dune e dossi o semplicemente diventando panchine. Colori e materiali s’inseriscono nella logica di un intervento minimale nel rispetto e nella valorizzazione dei cromatismi della piazza. Una pavimentazione unica, cubetti 12×12 cm in conglomerato cementizio grigio scuro, circoscrive lo spazio nella sua geometria rettangolare sulla quale, come ricamate in un tappeto, scorrono irregolari e sinuose lunghe fasce in cemento bianco. Un’ampia zona in cui è ancora possibile la percorribilità e la viabilità delle auto, ma che in futuro potrà diventare pedonale senza ulteriori accorgimenti. Le corsie carrabili nei due sensi di marcia si sviluppano lungo la mezzeria longitudinale della piazza e sono immaginate come un grande asse che apre prospettive scenografiche sulla città e che, una volta pedonalizzata tutta l’area, accoglierà le più diverse manifestazioni di attività con grande flessibilità e dinamismo.
Il progetto si riassume in un gesto che dietro un‘apparente nudità nasconde un’esplicita libertà di inventarsi una declinazione funzionale svincolata da destinazioni d’uso e costumi, aperta ad un’interpretazione individuale dello spazio. La città e l’architettura della città costituiscono la scena progettuale nella quale il cittadino è libero di recitare la sua parte. Un’oasi galleggiante e leggera trattenuta da nastri su tutta la lunghezza e larghezza della piazza e con un peso visivo attuale minore di quello reale.