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Oristano (OR), Italia

stazione di interscambio di Oristano

Emiliano Romagnoli, Marco Zucconi, Fabrizio Rossi Prodi, Paolo Spinelli, Simone P. G. Abbado

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parcheggio autobus

Fabrizio Rossi Prodi (capogruppo), Marco Zucconi, Simone Abbado, Paolo Spinelli (GPA Ingegneria srl), Emiliano Romagnoli; con Roberto Bologna, Tommaso Vergelli, Tommaso Rafanelli, Benedetto Selleri, Irene Lescai, Alice Poggesi, Francesco Coleschi, Giacomo Cretella

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planivolumetrico dell'intervento

Alcuni segni lineari, tipici delle infrastrutturazioni viabilistiche, non meno di quelle ferroviarie, sono impostati secondo una progettazione paesaggistica che vuole trasferire nel progetto il disegno del territorio circostante. Anche se una stazione e dei parcheggi sono fabbricati utilitari, nondimeno Oristano meritava che il progetto continuasse a diffondere con un nuovo monumento il sistema dei presidi che articola la città, strutturandone l’identità storica e urbana, sì da creare un futuro spazio della memoria, nella soglia di ingresso all’abitato; un monumento moderno, reinterprete di vestigia storiche, ma capace di esprimersi sul piano della comunicazione e dei simboli della nostra vita quotidiana. La nuova Porta della città, con i rituali valori simbolici della soglia e dell’ingresso doveva costituirsi nella sua immagine come un riassunto dei caratteri della città, quasi una narrazione degli scenari che accompagneranno il viaggiatore dentro alla città, richiamando il carattere solido, materico e volumetrico delle sue presenze architettoniche, non meno degli spazi un po’compressi e dinamici delle sue strade. L’assertività chiara e statica delle masse costruite di questa stazione viene sottoposta dapprima ad una flessione dei suoi corpi principali e poi a uno slittamento, in modo da creare margini e spazi più accoglienti e variati e ad evocare un’idea di movimento, un confronto fra l’immanenza dell’architettura e la dinamica del viaggiare e della vita contemporanea, per imprimervi i due tempi della permanenza e della quotidianità, fino a ritrovare lontane assonanze con le culture meccaniche e del movimento e perfino con le antiche imbarcazioni dei pescatori locali, “is fassonis”. Il colore della sabbia e delle dune poco distanti, il chiaro delle arenarie dei monumenti della città, ci hanno spinto verso una materia statica, capace di costituire il guscio, la parte solida e murata, attraversabile dalle persone e da grandi campiture trasparenti e abitate da un ritmo variato di rivestimenti lignei, in modo da proiettare sulle superfici dell’organismo la natura arborescente degli stagni, la cui importanza è rimasta iscritta perfino nel nome stesso della città. Come giunchi, o forse come vecchie traversine, si addensano o si diradano, cercando, nella ripetizione instabile, riferimenti al paesaggio lacustre della natura vegetale, ma anche al paesaggio trasformato dalla ragione e dall’azione umana, non meno che al paesaggio mentale e contemporaneo delle comunicazioni spaziali e immateriali che ci avvolgono, cercando di rilegare i tempi diversi della nostra esperienza e le diverse distanze intorno a noi. All’interno del fabbricato si raggiunge la stazione attraverso un grande spazio gradinato: un’area accogliente, luogo di sosta, spazio urbano, aspirazione alla luce e soprattutto il racconto di un’internità spaziale un po’ laboriosa che è, da sempre, carattere tipico dell’architettura sarda.

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fronte stazione

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pensilina autobus ed accesso passeggeri

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schemi distributivi

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prospetti e sezioni

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percorso interno

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interno, hall

Pavilion

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