© Andrea Martiradonna . Pubblicata il 24 Marzo 2010.
Si tratta del riuso di un laboratorio rilevato dalla regista e drammaturga Valentina Kastlunger, fondatrice di NuoveImpreseCulturali e di ErehwoN, (associazioni culturali a cui Spazio K dà sede), che non sono una compagnia teatrale in senso stretto, ma un centro di produzione e sviluppo di progetti teatrali e culturali, ideati in proprio o proposti da altri. ErehwoN è l’inversione di nowhere, nessun luogo. Se nowhere è sinonimo di nonluogo, cosa significa allora erewhwon? Qui? Ovunque? Come nel romanzo di Samuel Butler, Erewhwon si riferisce ad un luogo utopico, un luogo della mente in cui ogni concetto può essere invertito per assumere nuovi, inattesi significati. L’obiettivo principale è quindi quello di ottenere un incubatore di questi eventi, una scuola di teatro, ma anche uno spazio molto flessibile e pure in grado di ospitare esposizioni, spettacoli e performance. La maggior parte dello sforzo consiste nella dotazione tecnica: il rivestimento di pareti e soffitti costituisce di fatto una controcassa che nasconde grandi strati di isolamento,spazi di stoccaggio, impianti meccanici, elettrici, informatici, sonori e di luce che lo mettano in grado di agire innanzitutto da supporto tecnologico avanzato per gli eventi. Si tratta di un’ambito molto neutro dal punto di vista spaziale, materico e cromatico, senza sovrapposizioni formali ed in grado di trasformarsi con grande versatilità: vestito, svestito e rivestito a seconda degli interpreti che lo utilizzeranno. Ma è anche uno spazio che richiedeva un carattere proprio riconoscibile. L’unico dato che ci è sembrato significativo è stata la presenza della luce zenitale insieme alla necessità, sopra descritta, di avere una grandissima infrastruttura tecnologica per il fatto di essere uno spazio teatrale. Abbiamo pensato di dare una forma a questi due aspetti che si concentrano nello spazio centrale. Dei grandi coni sospesi con diametro variabile da 180 a 380 cm accompagnano la luce naturale in corrispondenza dei lucernari e contengono le installazioni tecnologiche come luci artificiali e altri impianti in quelli ciechi.
© Andrea Martiradonna . Pubblicata il 24 Marzo 2010.
È come un tentativo di concentrare tutta questa energia sottocutanea che viaggia in autostrade nascoste e che ha il suo terminale in questa porzione di stanza con un perimetro preciso, con una resistenza propria dettata dalla sua funzione. Questa energia inquieta si traduce in questo organismo fatto di molecole che spingono, cercando una posizione che non trovano. La lettura dello spazio avviene non tanto dalla figura tracciata, quanto – per differenza – dalla pressione di questa energia sul perimetro ideale della sala principale. La citazione della sala di esposizioni del centro congressi di Cadice di Juan Navarro Baldeweg (progetto mai eseguito) qui si scompone con coni a diametro a doppia variabile, che generano geometrie complesse di intersezione nella terza dimensione. Il motivo si ripete bidimensionale, più rado ed in ordine sparso per tutto lo spazio con l’obiettivo di implementare la luce artificiale e la diffusione sonora. A contrappunto della neutralità della sala principale, gli spazi accessori (il bar all’ingresso, bagni, spogliatoi ed uffici) si concedono ad eccezioni cromatiche.
© Andrea Martiradonna . Pubblicata il 24 Marzo 2010.
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