© PAeP Francesca Carpinello, Massimo Aversa . Pubblicata il 14 Giugno 2010.
Siamo abituati a pensare alle camere mortuarie come a delle appendici indispensabili ma slegate dalle finalità terapeutiche di tutto il resto della struttura ospedaliera, aree in cui non si cura e non si guarisce, aree residuali destinate ad accogliere celebrazioni che coinvolgono la sfera emotiva e non la scienza medica, ad accogliere persone che vi convergono per finalità del tutto estranee alla cura. I comportamenti che vi si tengono seguono logiche diverse da quelle legate all’assunzione di cure, comportamenti che possono risultare perfino di disturbo verso le funzioni ospedaliere. Aree, quindi, che normalmente vengono tenute separate, funzionali alle operazioni da compiere, con un livello di confort minimo, quasi che di fronte alla morte nulla potesse recare sollievo e che sarebbe scandaloso concedersi gli agi, le gioie dei luoghi della vita. In molti casi le camere mortuarie ospedaliere costituiscono il luogo dell’elaborazione del lutto e del commiato, il luogo in cui si ha per la prima volta il contatto con la persona morta e l’ultima occasione per stargli accanto. Sono luoghi in cui si svolgono cerimonie religiose e si ricevono visite. Luoghi, quindi, che dovrebbero garantire la sfera privata/intima e quella sociale/pubblica.
La nostra proposta progettuale si sforza, in primo luogo, di garantire la sfera privata dei singoli e dei gruppi legati alla persona defunta attraverso spazi intimi in grado di agevolare la condivisione dei sentimenti, che proteggano dalle dinamiche esterne e che contribuiscano ad allentare sensazioni opprimenti. In aiuto ai sentimenti delle persone convenute abbiamo cercato la luce naturale diffusa, il verde e materiali stimolanti per non bandire da questo luogo colori e percezioni vitali. Una sequenza di ambienti privati, mutevoli e non condannati alla rigidità, per consentire, soprattutto alle persone più vicine al defunto, che più a lungo sostano in questi ambienti, di mantenere un legame con lo scorrere del giorno. Spazi adeguati per vivere in libertà e senza interferenze il flusso dei sentimenti legati alla perdita. La necessità di mantenere distinti i percorsi delle persone dalle operazioni di movimentazione dei corpi e la volontà di sfruttare gli affacci esterni per creare ambienti privati luminosi, ci ha portato ad operare una prima scelta distributiva: portare i diversi accessi alle camere ardenti direttamente sull’esterno. Questa scelta ci ha permesso di non organizzare un’unica area di accoglienza e smistamento, ma di ideare uno spazio esterno di indirizzo e di organizzare le diverse camere come una sequenza di spazi: ingresso/accoglienza, sosta/riposo, commiato.
© PAeP Francesca Carpinello, Massimo Aversa . Pubblicata il 14 Giugno 2010.
La sequenza di avvicinamento è così andata a definirsi:
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• l’approccio con un elemento architettonico chiaro, dalla tonalità di colore mutevole in funzione dei cambiamenti della luce naturale, aperto in un ingresso a grande anello • il passaggio sulla terrazza comune, avvolta dall’elemento ad anello; uno spazio sul quale si aprono diversi ingressi accanto ai quali i monitors segnalano la presenza della persona defunta; • l’ingresso in un piccolo giardino interno, quasi una serra domestica, segnata da un impluvio nella copertura che lascia ancora percepire l’aria esterna e lascia vedere lo spazio successivo, separato da una parete vetrata. • l’ingresso in un piccolo salotto, dove ci si può concedere una sosta, accogliere amici e parenti e accedere ai servizi igienici privati; • l’ingresso alla stanza in cui si trova la persona defuntaDurante la particolare scansione temporale che segna il tempo di permanenza del defunto nella camera mortuaria, gli spazi così organizzati si prestano ad assolvere diverse funzioni:
© PAeP Francesca Carpinello, Massimo Aversa . Pubblicata il 14 Giugno 2010.
a – nel momento delle celebrazioni, la camera ardente in collegamento con la stanza del riposo e all’occorrenza il giardino costituiscono un unico ambiente, in cui il gruppo si può manifestare coralmente; b – la permanenza protratta delle persone più vicine al defunto è agevolata dalla possibilità di concedersi delle pause nei diversi ambienti, diminuendo la sensazione di alienazione dal mondo e mantenendo un legame con lo scorrere delle ore, attraverso la percezione dei cambiamenti della luce naturale; c – alle persone che transitano per portare le loro condoglianze è possibile attendere in forma ordinata, inoltre, la terrazza comune e il giardino invitano alla conversazione; d – le persone di fede islamica trovano uno dei blocchi strutturato per accogliere anche il momento del “lavaggio”, imprescindibile nella loro fede. Un ambiente organizzato alla stregua di un bagno assistito, in diretto collegamento con il percorso di “movimentazione corpi” e con la camera ardente, in cui le persone addette al rito possono operare. e – le persone chiamate ad effettuare un riconoscimento o che devono vedere un defunto in isolamento, vengono indirizzate, con le stesse modalità delle altre camere, al blocco occupato dall’ufficio preposto a queste operazioni, l’allestimento degli spazi è sempre uguale e garantisce alle persone convenute un’identica sequenza di ambienti. Il percorso si completa con il passaggio che prolunga la terrazza comune fino al lato opposto del blocco da cui escono i feretri per venire trasportati al cimitero. Anche in questo caso si è voluto garantire l’aspetto privato pur aprendo gradualmente il passaggio verso l’esterno con un tamponamento in tubi di plexiglas. L’ultima tappa del percorso è l’area comune sulla quale si assiste all’uscita del feretro.© PAeP Francesca Carpinello, Massimo Aversa . Pubblicata il 14 Giugno 2010.
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