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Provincia di Gorizia (GO), Italia

Museo del Territorio Carsico (ambito Doberdò)

T SPOON, Gae Aulenti Architetti Associati, Agrifolia Studio Associato, Giuliano Bertoni, Iconia Ingegneria Civile, Zuanier Associati, Aldo Canziani

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A PIEDI NUDI NEL CARSO Nell’immaginario collettivo, la figurazione che solitamente si compone del carso è quella di un ambiente aspro, brullo e poco ospitale, arido e secco, caratterizzato da costoni pietrosi e cavità. Teatro naturale di feroci battaglie, nascondiglio ideale. L’immagine che normalmente si ha di questo territorio è per lo più legata a momenti duri della storia, quelli della grande guerra, tramandati dal cinema e dal racconto della didattica. Tutto questo non corrisponde alla realtà attuale, o almeno, non del tutto. Il territorio oggi appare molto diverso da quello dell’inizio del secolo: verdi intensi, vegetazioni dense, aree boscose. I boschi di latifoglie, le pinete di pino nero, i rossi arbusteti di scotano, i verdi prati sfalciati e gli stralci di dura landa carsica si compongono in un variegato mosaico cromatico ed odoroso. Il cessare delle attività di tipo pascolativo ha difatti modificato considerevolmente il territorio, la cui componente di landa carsica, prateria rocciosa più o meno cespugliata, prevalentemente secca e pietrosa, rispondente all’immagine collettiva condivisa, sta pian piano evolvendo in un altro tipo di paesaggio, fatto di rimboschimenti spontanei e caratterizzato da nuove forme vegetali che definiscono la boscaglia carsica, orniello, carpino e roverella. Segno del paesaggio che cambia, che si trasforma, che recepisce le condizioni al suo contorno.

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VERSO UNA MEMORIA TERRITORIALE Il paesaggio difatti è stratificazione, è il risultato dell’interazione tra fattori antropici e naturali e di una sovrapposizione di episodi che hanno lasciato tracce visibili o latenti nel territorio. Se il paesaggio attuale è il frutto delle sovrapposizioni che si sono succedute nel tempo, che hanno talvolta modificato o talvolta snaturato i palinsesti originari, ciò che vediamo oggi è il frutto della stretta convivenza tra passato e presente. In questa complessità risiede la memoria territoriale, una memoria che parla delle radici e dell’identità delle sue origini. L’identità del luogo diventa riconoscibile nel momento in cui lo diventa la sua memoria collettiva: solo attraverso alcuni segni peculiari che caratterizzano i suoi limiti e la identificano come unità indivisibile, è possibile definire un’area della memoria territoriale, dell’identità, un confine della memoria in grado di identificare un’unità di paesaggio. Le comunità locali, che come il paesaggio si trasformano, si stratificano e si sostituiscono nel corso della storia, hanno il compito di preservare il patrimonio culturale immateriale per capire come sia possibile costruire forme adeguate per uno sviluppo futuro. Esistono difatti alcuni elementi che permangono invariati e restano costanti a fare da fondamento al giudizio e al riconoscimento dell’identità. Occorre ritrovare queste invarianti e adattarle alle situazioni contemporanee per creare una linea di interazione tra le generazioni e massimizzare le opportunità di sviluppo, permettendo al sistema territoriale di non andare in crisi ma di perpetuare e accrescere la propria identità nel tempo. Le specificità locali, le risorse delle culture tradizionali, le tracce sul territorio rappresentano i valori collettivi, elementi da interiorizzare e di cui appropriarsi per l’autoidentificazione. Tanto più alta è la qualità del livello di interiorizzazione dell’identità collettiva, tanto più immediata sarà la capacità di autorappresentarsi all’esterno. È in questo senso che il paesaggio in rapporto alle forme insediative, al patrimonio storico e alle risorse ambientali diviene un museo diffuso, un bene comune da valorizzare e da difendere.

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A PATTI COL GENIUS Il paesaggio fisico è un fenomeno altamente complesso, generato da un’infinità di fattori e di processi ambientali che nessun metodo potrà analizzare in modo esaustivo: la lettura definitiva del paesaggio rimane un obiettivo irraggiungibile. Ancor di più, in un territorio come quello carsico, così complesso, stratificato e denso è necessario muoversi a piccoli passi, anche solo per comprenderlo. La strategia adottata si basa su tre momenti fondamentali: la lettura del territorio, perpetrata per strati, che ci fornisce la struttura per una possibile interpretazione; l’individuazione di tre parole chiave, tre operazioni che ci guidano nell’agire sullo spazio ed, infine, lo sviluppo progettuale dei tre ambiti del San Michele, Redipuglia e Doberdò, esemplificazioni del metodo scelto. Dall’analisi portata avanti a diverse scale, dai sistemi territoriali fino al singolo episodio, è emerso che l’estrema complessità del territorio è data dalla grande quantità di valori e di tracce che definiscono uno spazio denso di significati e caratterizzato da molte specificità, forse troppe, tenute insieme da una sfondo comune. Tutti gli elementi che compongono questo palinsesto e questa stratificazione sono quindi già presenti, con la propria tipicità e con il proprio carattere: esistono dei punti di forte e chiaro contenuto simbolico e semantico, i poli attrattori, che producono un tipo di uso del territorio fatto di brevi esperienze mordi e fuggi legate per lo più ad attività didattiche o momenti commemorativi. Esiste al contempo un territorio sottile, di difficile lettura, con differenti specificità e risorse, poco conosciuto. Tuttavia questa complessità, questa fuggevolezza rappresenta un valore da conservare e valorizzare. Il dedalo dei percorsi che si sviluppa all’interno del triangolo ai cui vertici sono Redipuglia, il San Michele e Doberdò ben rappresenta la complessità intrinseca del territorio. Accettare di perdersi in questo spazio significa accettare di aggirarsi in un margine la cui ampiezza non è definita, ma di cui se ne riconoscono dei tratti distintivi comuni e fortemente caratterizzati. Per comprendere il genius loci, lo spirito guardiano che dà vita a popoli e luoghi, che li accompagna dalla loro vita alla loro morte e determina il loro carattere o essenza, è necessario incentivare il superamento di questi tre poli attrattori per addentrarsi nel territorio, nella sua vera essenza. Quindi innanzitutto, ri-strutturare: fornire e indicare la possibilità di andare oltre, per far sì che si riesca ad oltrepassare il limite del puntuale fino a definire dei riferimenti spaziali più ampi che accolgano tutta la complessità e varietà del territorio carsico. Poi rispettare, nel senso di agire progettualmente con discrezione, risolvendo in maniera puntuale i singoli episodi, nel rispetto del senso e significato dei luoghi; non serve un segno architettonico forte, non è necessario un segno territoriale; è necessario invece muoversi in bilico fra il definito e l’indefinito e suggerire a coloro che accettano la sfida di perdersi nel labirinto mezzi e strumenti che aiutino l’esperienza complessiva del territorio. Ed infine rileggere, nel senso di offrire delle opportunità di interpretazione e di ricostruzione di un altro sistema di punti di riferimento nel territorio e di identificazione con l’ambiente, un sistema costituito dall’individuazione di reciproci punti di vista ed elementi di riconoscibilità tali da permettere al visitatore di costruirsi una personale geografia del luogo, aiutandolo a riconoscere all’interno dei numerosi piani spaziali elementi percettivi di avvicinamento e orientamento nell’ambito di un labirinto in cui perdersi. In quest’ottica i tre ambiti esaminati diventano un’esemplificazione del metodo di approccio, di un indirizzo che può essere messo in atto su tutto il territorio con lo scopo di infrastrutturare un sistema unitario in cui la sovrapposizione integrata fra ambiti e rete di percorrenze faccia sì che i punti più rilevanti non siano delle mete isolate, ma diventino poli da cui partire per una riscoperta del contesto ambientale. Dall’esperienza visiva, percettiva, olfattiva, ognuno personalmente potrà ricostruire la propria immagine complessiva del territorio, filtrata dal proprio vissuto, in un mosaico delle diverse nature del luogo messe a sistema da un denominatore comune: il paesaggio carsico.

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AMBITO 2. CASTELLAZZO E LAGO DI DOBERDÒ La spettacolarità di questa zona è data dal fatto che si fronteggiano diversi ambienti tipici del Carso, visibili per le diversità di quota tra il Castellazzo e l’area depressa del lago (dislivello di circa 155 m). Ma la peculiarità è data dalla comparsa dell’acqua, che fa sorgere, accanto alla landa carsica e alla boscaglia termofila con pino nero sparso, ambienti unici quali alcuni di lembi di bosco ripariale a salici e pioppo, la vegetazione palustre, i magnocariceti e la vegetazione acquatica, confinata nella parte centrale del lago e presso le sorgenti, dove le fluttuazioni annuali del livello dell’acqua sono più contenute. Il lago di Doberdò, legato ad un sistema complesso di circolazione ipogea, è in pratica una “finestra morfologica” sulla falda carsica caratterizzata da risorgive, da inghiottitoi e da punti carsici che funzionano alternativamente da risorgive ed inghiottitoi (le “estavelles”). Quindi il lago di Doberdò rappresenta un ambito assoluta eccezione nei comprensori carsici per la presenza stabile di acque in superficie. In condizioni normali l’equilibrio tra alimentazione ed efflusso delle acque carsiche si attesta su livelli piuttosto bassi in termini di portate, di conseguenza è frequente osservare che il bacino del lago tende a mostrarsi come un’area paludosa ricca di vegetazione igrofila dove le acque sono scarsamente individuabili. Tuttavia non sono infrequenti repentini innalzamenti del livello freatico a seguito di rilevanti fenomeni meteorologi con conseguente elevazione del lago e sommersione della vegetazione. Siamo quindi di fronte ad una rarità di habitat del Carso, dove i fenomeni di impaludamento avanzato di tale depressione tendono ad uniformare il tipo di vegetazione, soprattutto erbacea. L’unità ambientale del lago carsico si evidenzia in tutta la sua bellezza dall’osservatorio di Casa Cadorna, dove con uno sguardo complessivo si comprende la peculiarità unica di tale luogo. Percorrendo il pontile sul lago che si addentra nel canneto si perde la visione d’insieme e non si riesce più a cogliere le diversità spettacolari del lago e i suoi diversi ambienti. Anche lungo il sentiero parziale sul suo perimetro, l’ambiente lacustre rimane distante e spesso nascosto e non si possono apprezzare ne conoscere le diverse zone palustri; lo stesso avviene al lago di Pietrarossa, dove l’escursionista non si accorge nemmeno di trovarsi sul perimetro di un altro lago carsico connesso a quello di Doberdò. La zona del Castellazzo ha caratteri completamente diversi. La fascia meridionale in prossimità del crinale di Colle Nero e di Castellazzo è caratterizzata dalla presenza di una ex cava e dalla sua strada di accesso: la discontinuità morfologica è oggi in parte attenuata dai fenomeni di rinaturalizzazione lungo le pareti, sia sulla sommità che alla base. La strada della cava proseguendo a mezzacosta diviene stretto sentiero accidentato che porta, accostandosi ad alcuni resti di trincea, all’osservatorio di Casa Cadorna, scavato nella roccia e ubicato sul limite di una piccola falesia strapiombante che si affaccia sulle pendici del lago carsico sottostante. Da qui si risale con ripidi gradini sconnessi verso il colle di Castellazzo. Questo, in relazione al passaggio del fuoco che ha distrutto localmente la copertura arborea, si presenta nella sua parte sommitale degradato e invaso dall’ailanto e da altre specie erbacee neofite. A fatica tra specie di mantello messe a nudo dal fuoco e trincee abbandonate quasi invisibili, si riescono a localizzare i resti di quelle che forse erano le mura del Castellazzo, che sembrano essere un accumulo lineare di pietre abbandonate nella boscaglia termofila a orniello, carpino e roverella.

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IL PROGETTO Per la prevalenza dell’elemento naturale su qualsiasi altro, Doberdò più ancora che gli altri due siti di concorso necessita di un approccio soft. Il principio ordinatore del nostro progetto è stato, in questo caso, quello di: dare forma ad una vasta area nella quale l’elemento “natura” continui a svilupparsi nella maniera più consona e protetta attraverso un intervento progettuale limitato ad assecondare questo sviluppo, guidandolo, solo dove necessario, con elementi leggeri finalizzati a mettere in luce l’aspetto naturalistico dell’area. Doberdò non ha bisogno di nessuna nuova icona ma solo di rendere palese la sua identità e di intensificare la sua vocazione verso un turismo di tutela e consapevole del raro equilibrio esistente. Questa idea di intervento assume quindi la natura come protagonista all’interno di una griglia di riferimento che è costituita da un sistema di piccoli spazi pubblici: quello di partenza del circuito di visita (l’area del centro visite), quello per gli eventi (la cava dismessa), le aree di sosta (i belvedere), quelle di connessione (i percorsi), di scoperta della natura (la passerella verso le sorgenti del lago) e degli elementi della grande guerra (i resti delle trincee e del bunker). In dialogo ed in equilibrio con questi elementi, a volte nuovi a volte semplicemente sistemati dal punto di vista paesaggistico, il cuore naturale dell’area è immaginato come un ambito verde con il quale ci si rapporta a poco a poco, scoprendo anche distanze diverse che vanno dall’infinitamente grande (la vista panoramica dal Carso all’Isonzo), all’avvicinamento quasi microscopico verso gli elementi della natura. Gradualità, transizione, attraversabilità, percorribilità, sono le categorie che il progetto sviluppa con attenzione in una serie di elementi a piccola scala. Il nostro progetto prevede un intervento di respiro più ampio che investe l’intero ambito e che potrà essere realizzato per stralci successivi al recupero dei finanziamenti da parte della Provincia di Gorizia. Nel nostro progetto l’ambito di Doberdò si sviluppa, attraverso il percorso di visita, con una successione di elementi, che gradualmente conducono verso una serie di punti notevoli, di “centri”. Questa successione sottolinea la transizione da una condizione più addomesticata e più prossima – sia in senso funzionale che in senso morfologico – alle poche parti costruite, ad una serie di spazi maggiormente liberi ed organici, che hanno luogo nella parte più interna occupata dalla vasta area naturale del lago. Il sistema del percorso di visita è concepito come un’area di transizione che guida il passaggio fra il bordo dove il percorso si congiunge e si contestualizza con l’intero circuito che mette in relazione “tutta la rete di eccellenze storiche e naturalistiche del Carso” ed il suo cuore naturale, dominato dalla presenza dell’acqua e dalla vegetazione lacustre. Questo percorso, presente e semplicemente ritrovato, permette: - di collegare e comprendere fisicamente settori dell’ambito che altrimenti risulterebbero separati, - di connettere funzionalmente tutti i principali siti dell’ambito; - di incorniciare e proteggere ampi spazi aperti: il paesaggio, il cielo e l’orizzonte. Il percorso ad anello dà la possibilità, dal centro visite, di raggiungere agevolmente ed in sicurezza, migliorando alcuni tratti del tracciato, non solo lo splendido osservatorio di Casa Cadorna ma anche il nuovo belvedere da localizzare sull’estremo sud-est del colle, aperto non solo sul lago ma anche sul confinante Carso sloveno, posto oltre la valle sospesa di Bonetti e Palchische. Il percorso rintraccia nella sua unità gli aspetti salienti di quest’area: le “mura” abbandonate, su cui salire e sbirciare al di sopra dei rami della boscaglia per intravedere l’altro ambito di S. Michele ad esso legato; i campi di pietrisco (grize), dovuti alla dissoluzione differenziata dei litotipi di calcare, presenti lungo il sentiero; la ricostituzione del bosco attraverso un intervento localizzato di recupero ecologico della sommità percorsa da incendio con selezione delle specie arboree invasive e rinfoltimento con latifoglie; le trincee e i ricoveri (bunker) dove entrare e, perché no, riposare per un momento e rinfrescarsi dalla calura estiva; i muretti a secco, resti sparuti e solitari di una presenza umana oramai poco visibile; per tornare poi al parcheggio opportunamente sistemato. La discesa al lago può avvenire a piedi adeguando e sistemando il sentiero che parte da Casa Cadorna oppure lasciando i mezzi al parcheggio vicino al Paludario, appositamente segnalato ed attrezzato, in modo tale da rendere univoco il luogo predisposto al parcheggio delle autovetture. Da qui si prevede, attraverso la strada sterrata esistente, il completamento e la sistemazione del percorso naturalistico pedonale sul lago, finalizzato a conoscere i diversi habitat umidi e le associazioni vegetali palustri (saliceto, magnocariceto, ecc.), oggi poco visibili ed apprezzabili, attraverso la realizzazione di: - un anello grande intorno al lago, con la sistemazione a tratti del percorso esistente e la creazione di affaccio sul lago parallelamente a questo, con passerella sopraelevata in legno (lato est del lago), la creazione di nuovo sentiero con un tratto di passerella sopraelevata in legno che porti più distante dalla riva verso la vegetazione acquatica (lato sud), l’inserimento di un percorso sopraelevato di attraversamento del bosco ripariale fino a connettersi con il sentiero che giunge dal paludario (lato ovest); - un anello piccolo intorno alle sorgenti con la creazione di un nuovo sentiero principalmente su passerella sopraelevata su pali, lambente le due polle principali poste ad ovest, con chiusura dei tracciati su terra oggi esistenti. Questo anello si dovrebbe ricollegare con il percorso che viene dal paludario e con quello posto sul lato nord, in corrispondenza della discesa da casa Cadorna. L’imbocco delle passerelle lungo gli anelli o in tratti prossimi a queste, saranno dotati di cancelletti per l’eventuale chiusura temporanea nei periodi ove è necessario non disturbare l’avifauna acquatica. Nelle zone più scoperte e sensibili, la passerella sarà completata in alcuni tratti con la disposizione di mezzi di mascheramento per l’osservazione della fauna. Inoltre si prevede: - la regolamentazione della viabilità carrabile intorno al lago (senso unico o chiusura di una delle due strade in alcuni periodi), al fine di renderla maggiormente compatibile con le funzioni del sistema lacustre; - la localizzazione puntuale e l’individuazione di sottopassi stradali e di percorsi obbligati per gli anfibi, al fine di ridurre la mortalità per schiacciamento nei periodi critici.

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Europaconcorsi cura il servizio di informazione sui bandi di progettazione e la realizzazione del servizio albo-on-line delle seguenti associazioni professionali:

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Collegio Ingegneri della Toscana, Collegio dei Periti Industriali di Grosseto, Federazione agronomi e forestali della Lombardia, Dipartimento S.S.A.R. Università "G. D'Annunzio", Collegio Geometri Reggio Calabria, Consiglio Nazionale dei Geologi, InArSind Sindacato Nazionale Ingegneri e Architetti, Ordine Ingegneri e Architetti di San Marino, Collegio dei Periti Industriali di Siena, Associazione Laureati Iuav