© Alessandro Franchetti Pardo . Pubblicata il 30 Settembre 2010.
Guardare le fotografie di Oscar Savio non si riduce ad osservare delle immagini di architettura, ma ad entrare nel mondo personale del fotografo fatto delle sue percezioni, delle sue intuizioni. Nulla è didascalico, tutto è scoperta di una realtà spesso diversa da quella pensata dallo stesso architetto che l’ha costruita. L’allestimento della mostra delle fotografie è pensato a partire da queste considerazioni e non ha alcun intento didascalico rispetto ad esse. Al contrario vuole offrire la possibilità di un esperienza percettiva ogni volta personale ed autonoma. Il meccanismo espositivo tende perciò a sottrarre ogni riferimento alla realtà del luogo per immettere lo spettatore in un universo fatto solo di immagini. Queste, senza alcun percorso prestabilito, costituiscono un labirinto nel quale lo sguardo rimbalza da una fotografia all’altra creando assonanze e corrispondenze inedite, personali, sconosciute anche allo scatto del fotografo, così come lo scatto del fotografo rivela particolari sconosciuti all’architetto. Il visitatore costruisce così un suo personale percorso, una sorta di filo di Arianna, che lo guida nel dedalo dei pannelli espositivi e ne crea una personale struttura e un proprio significato, grazie al quale egli potrà guadagnare l’uscita dal labirinto in qualunque momento lo desideri. L’esposizione è realizzata attraverso un’ ingresso alla mostra costituito da due quinte convergenti ed alte quattro metri: un dromos di accesso ad un luogo del quale ancora non si intravede né lo spazio nè la funzione. Il corridoio è spoglio, senza alcuna immagine, cosicché l’osservatore incede in una condizione sospesa, senza sapere quale luogo o quali immagini lo attendono, avendo solo la certezza di aver lasciato alle proprie spalle lo spazio di provenienza per inoltrarsi in un luogo sconosciuto. Il grigio delle pareti ed il velario soprastante negano qualunque aspettativa. Alla fine del dromos, senza alcuna mediazione, si apre un recinto perimetrato da teli bianchi alti dieci metri che esclude la sala con i suoi riferimenti spaziali. Il recinto racchiude invece una fittissima selva di pannelli di un rosso acceso, ciascuno fortemente illuminato a contrasto con le foto in bianco e nero. Alla fine del tunnel di accesso, l’insieme costituisce, quasi uno shock di luci e immagini: i pannelli, alti 3 metri, spessi appena 3 centimetri. e larghi circa 1 metro, poco più delle immagini, sono disposti in file serrate e alternate, ripetute ossessivamente, distanti tra loro solo lo spazio necessario per la visione piena delle fotografie. Sostenuti in alto da una fitta rete di cavi d’acciaio tesi a 4 metri da terra, i pannelli sembrano sorgere direttamente dal pavimento grigio, senza alcuna base di sostegno, come puri monoliti la cui astrazione è rafforzata dalla tinteggiatura che ne annulla la matericità lignea. Le immagini di Oscar Savio, disposte sui due lati di ciascun pannello, inducono lo spettatore a voltarsi continuamente intorno a se stesso ed a girare intorno ai pannelli perdendo così rapidamente l’orientamento all’interno del labirinto per ritrovare invece, le immagini ad ogni volgere di sguardo. Si realizza in tal modo uno spazio visivo nuovo, personale, nel quale le fotografie assumono significati inediti scaturiti solo dalla capacità di ciascuno spettatore di creare proprie assonanze tra le immagini rappresentate.
© Alessandro Franchetti Pardo . Pubblicata il 30 Settembre 2010.
© Alessandro Franchetti Pardo . Pubblicata il 30 Settembre 2010.
© Alessandro Franchetti Pardo . Pubblicata il 30 Settembre 2010.
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