© natascia tassinari . Pubblicata il 18 Dicembre 2010.
In occasione del bicentenario della Revolucion de Mayo, che rappresentò il primo passo verso la costituzione dell’Argentina come Stato indipendente, il governo Argentino ha bandito un concorso internazionale per la riprogettazione ambientale ed architettonica di una vasta area finalizzata a divenire il simbolo dell’Argentina del XXI secolo. Il progetto si fonda sul profondo rapporto che intercorre tra il territorio argentino ed i suoi abitanti che, per vicissitudini legate al luogo e alla storia, possiedono la virtù di essere l’espressione ideale del cittadino del mondo che s’innamora e cresce la sua casa nella nuova casa. L’Argentina, e Buenos Aires in particolare, rappresenta l’innesto fra terra e uomo dove vitalità e dinamicità, costruite sulla tradizione e sul rinnovamento, sono continuamente alimentate come una pianta rara, potente ed unica. L’anima del progetto risiede nell’individuazione di questa pianta particolare e tipica, identificata nell’Ombù, che in passato costituiva il simbolo del paesaggio pampeano essendone il punto di sosta e di riferimento. Era un’oasi nel deserto, un faro nel mare che marcava i limiti incerti delle rive e orientava i naviganti durante il loro viaggio, ma che già a partire dai primi del 1900 perdeva il suo significato originario fin quasi a scomparire nella memoria collettiva degli argentini. Il gigantesco albero, genera l’impianto urbano del progetto che vuole simbolicamente rappresentare un frammento di paesaggio pompeiano, in forma di abbraccio ideale, posato sulle acque del Rio de la Plata costituito da lunghe strisce di prato che altro non sono se non le coperture degli edifici che ospitano le diverse funzioni necessarie allo svolgimento delle attività previste nell’area. Gli uffici, gli spazi culturali o ricreativi sono volumi a pianta rettangolare in legno modellati dal suolo, una grande pavimentazione lignea, contenuti all’interno di grandi “scatole” di vetro. Scatole di vetro che hanno il loro apice nel grande Ombù collocato all’interno di un edificio-teca luminoso e vivo, come un prezioso serbatoio delle linfe da cui attingere o dare nutrimento, che diviene il punto di riferimento ed il segnale della città. Un segnale che cresce assieme alla popolazione rappresentata da migliaia di nomi che compongono la struttura stessa dell’edificio poiché si vuole che dal primo gennaio 2010 il nome di ogni nuovo nato sarà scritto sulle superfici vetrate degli edifici a formare la pelle biografica di Buenos Aires. L’elemento naturale, rappresentato dall’albero, mette l’architettura al servizio di radici e dati anagrafici, la sua resina si fonda con la storia, così come la clorofilla con il sangue, in un indissolubile sodalizio tra l’uomo ed il proprio territorio. Questo vasto spazio collettivo è l’area di accesso alla città dal mare, ma è anche il luogo d’approdo ad un paese, ad un mondo altro che non è solo un ingresso fisico ma anche un luogo evocativo di storie passate e future, di arrivi e partenze nella memoria che legano gli individui agli spazi, alla città, al territorio, al continente. Il disegno del “paesaggio argentino” ci accoglie in un interno di legno e vetri biografici sotto coperture costituite da “praterie” pensili. La zona panoramica dove sorge l’Ombù, è raggiungibile per mezzo di ascensori trasparenti e luminosi ad evocare le linee di energia della linfa attraverso condotte di radici stilizzate. L’idea di un ritaglio del paesaggio culmina con l’albero che cresce su di una porzione di terreno staccato dal suolo e custodito dentro il suo faro/serra, come un’isola maestosa a cui fare riferimento, un monito, un miracolo quotidiano contenuto in ogni cosa che vive perchè l’Ombù cresce assieme alla popolazione tracciando un parallelo fra l’irripetibilità della storia personale di ognuno e l’unicità di questo albero simbolo.
© natascia tassinari . Pubblicata il 18 Dicembre 2010.
© natascia tassinari . Pubblicata il 18 Dicembre 2010.
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© natascia tassinari . Pubblicata il 18 Dicembre 2010.
Disegno: Claudio Ballestracci
© natascia tassinari . Pubblicata il 18 Dicembre 2010.
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