© Giorgio Teggi . Pubblicata il 30 Gennaio 2011.
Fantasmi
© Giorgio Teggi . Pubblicata il 29 Gennaio 2011.
Le sculture di gesso sono fantasmi e Casalbeltrame sembra un luogo abbandonato. C’é un sottile filo che collega l’atmosfera di questo luogo di pianura con la paura dei fantasmi. I fantasmi, entità di qualcosa che è stato da qualche parte e ricompare in un altro luogo, qualcosa di misterioso, che fa paura ma che attira e rivela ciò che non conosciamo. Mi ricordo della lavagna di quando andavamo a scuola su cui, a volte, il gesso scricchiolava senza lasciare traccia. Brividi alla schiena allora e adesso. Il bianco e il nero, la pietra dura ligure che arriva fin qui dai gessi. Qui, in questo posto con la “mole” ad ovest, i laghi a nord, la pianura ad est e lontano, a sud, quella curva oltre la quale “…improvvisamente il mare…”. I cristalli, la pietra, il tesoro nascosto, il cuore nascosto, racchiuso, segreto, la memoria in solitudine, pensando, un giorno, di arrivare. Cristalli di gesso che contengono gessi.
© Giorgio Teggi . Pubblicata il 30 Gennaio 2011.
Il luogo
© Giorgio Teggi . Pubblicata il 30 Gennaio 2011.
Sono arrivato a Casalbeltrame di mattina presto. Larghe strade deserte che tagliano lunghi isolati compatti ed arrotondati. Al centro il castello, avamposto difensivo forse, nucleo fondativo dell’abitato. Attorno girano le strade con l’orizzonte per destinazione. Luogo silenzioso che non invita a fermarsi. Oltre i portoni delle case ampie corti porticate con macchine agricole e gente che lavora, giardini e cortili, aie. Piccola città lambita dalle risaie che d’inverno la fanno sembrare un’isola nel mare, nella nebbia. Nucleo abitato senza un centro preciso, in cui né il sagrato della chiesa né lo spazio allungato antistante l’edificio municipale raggiungono il carattere di spazio pubblico dove incontrare e incontrarsi, festeggiare, manifestare, ritrovarsi. Ma, forse, di una piazza nel senso tradizionale del termine qui non ce n’é bisogno: basta lo spazio delle corti, chiuso, protetto, in qualche modo e da qualcuno sempre vigilato. Di fiano al castello un alto muro segue la curva dell’incrocio. Oltre il muro l’ottocenteco Palazzo Brançorens di Savoiroux. Nel prato poca vegetazione bassa ed un monumentale Ginkgo biloba. Sculture. Sul retro del palazzo la corte porticata delle dipendenze in restauro. Se è il castello l’elemento centrale dell’abitato, il palazzo, con gli spazi annessi, puó diventare un “nuovo centro”. Con i suoi spazi interni, i locali voltati delle dipendenze, il lungo portico, le ampie zone a verde, la collocazione a ridosso della zona a servizi pubblici questo “recinto” sembra lo spazio ideale per attività culturali e d’interesse pubblico. Un luogo, dunque, nell’attesa di divenire altra cosa rispetto a quello che è adesso. Con il luogo attuale, la Gispoteca della scultura italiana del ‘900 non c’entra. Ma la Gipstoteca è un’invenzione e l’invenzione pura stacca le conoscenze acquisite, aggiunge con sorpresa, fa sobbalzare. La passione di qualcuno, agendo apparentemente “contro l’identità”, in realtà la valorizza. Attraverso la sorpresa, la piccola città si riscatta oltre i propri caratteri, tradizioni, riti, processioni ed il luogo si ricolloca quale centro di qualcosa di piu’ vasto. Sappiamo che il centro non ha dimensioni, è un concetto, uno “stare lì” spaventati da fantasmi, forse, ma per andare avanti, per andare altrove.
© Giorgio Teggi . Pubblicata il 30 Gennaio 2011.
Percorsi
© Giorgio Teggi . Pubblicata il 30 Gennaio 2011.
Il percorso di visita alla gipsoteca è posto in continuità con il lungo portico esistente del fabbricato che, nel complesso Artis Pagus, sarà destinato a laboratori e gallerie. Da quest’ultimo, attraverso una passerella di raccordo, si arriva alla superficie vetrata oltre la quale si trovano la hall d’ingresso con il book shop, il bar ed i servizi per il pubblico ed il personale. Attraverso la scala elicoidale e l’ascensore si raggiunge il piano espositivo. Quest’ultimo è organizzato come uno spazio aperto contenente ampie teche di vetro che attraversano tutto il volume fuoriuscendo dalla copertura piana e dal solaio di calpestío. Le teche contengono i gessi appoggiati a piani di vetro. Esse prendono luce dall’alto proiettando al piano terra sagome, riflessi. E’ possibile la salita alla copertura, utilizzando la lunga, facile rampa che corre all’interno della struttura metallica perimetrale. Dalla copertura sarà possibile guardare oltre l’orizzonte e cercare, in basso, attraverso i vetri, le sculture. I percorsi di servizio si attestano all’esterno della superficie della piazza in continuità con l’accesso all’uopo individuato a fianco della scuola. Il percorso di servizio interno lambisce i lati verso la scuola e la zona sportiva consentendo l’agevole e indisturbato accesso alla centrale termica, scala di servizio, montacarichi per il magazzeno, depositi per il bar ed il book shop. Anche la piazza coperta ed il “giardino segreto” sono raggiungibili, in modo indipendente dal percorso di visita, anche dal percorso di servizio.
© Giorgio Teggi . Pubblicata il 30 Gennaio 2011.
Criteri museografici
Il criterio per l’organizzazione degli spazi espositivi e dell’allestimento è, dunque, incentrato sull’individuazione di un percorso che, dall’ingresso al Palazzo Brançorens di Savoiroux si sviluppa passando per le dipendenze porticate, la piazza coperta, sale all’interno della Gipsoteca e si conclude sul belvedere posto in copertura. Lo spazio espositivo vero e proprio, sopraelevato di un piano, è organizzato attorno a grandi teche/lucernari che contengono i gessi, fornendo loro l’illuminazione naturale. L’illuminazione dei gessi sarà, dunque, volutamente variabile in ragione delle condizioni del cielo e del giorno. Con questa disposizione si é scelto di rendere visibile l’insieme dei pezzi in esposizione ed anche consentirne osservazioni insolite dal basso e dall’alto, oltre che di fronte. Le teche sono costituite da parti fisse e da parti mobili. Quelle fisse, in vetro strutturale, sono poste in alto a formare il lucernario ed in basso a sporgere sotto il livello del piano. Quelle mobili costituiscono il corpo interno alla sala espositiva e sono composte da elementi scorrevoli su guide di acciaio. In tal modo é garantita l’accessibilità alle teche per le normali operazioni di sistemazione, pulizia, manutenzione dei pezzi in esposizione. L’idea complessiva é quella del solido monolitico sollevato da terra dal quale, come da un forziere, escono preziosi cristalli.
Gli spazi della/dalla Gipsoteca
La piazza sottostante il volume della sala espositiva è un’entità spaziale sollevata dal piano del prato. E’ racchiusa entro una superficie in calcestruzzo armato che, ripiegandosi in verticale ed in orizzontale, ne definisce l’ambito. L’involucro cosi definito comprende anche l’accesso al museo e gli ambienti relativi. Dall’ingresso, dunque, si vede la piazza e sopra il volume della sala espositiva forato dalle teche di vetro che proiettano a terra le sagome dei gessi. Uscendo nella piazza si possono osservano le sculture da sotto. A metà dell’atrio, dalla parte opposta della piazza, si accede al “giardino segreto” spazio a disposizione per attività del complesso Artis Pagus. La sala espositiva è dominata dai cristalli di gesso attorno ai quali il percorso è libero. Sul fondo del lato opposto alla scala principale è previsto il deposito con le attrezzature per il carico/scarico delle sculture. A lato la scala di sicurezza. All’interno della struttura metallica si sviluppa la rampa per salire al belvedere posto in copertura. Durante la salita è possibile un’ulteriore vista, attraverso fori di varia foggia e dimensione, alle teche. Dal belvedere lo sguardo può spaziare in tutte le direzioni.
Struttura/Materiali
Sono due gli elementi che definiscono concettualmente il nuovo complesso: La “superficie” risvoltata contenente la piazza e gli spazi d’ingresso e di servizio ed il “monolito” espositivo vero e proprio. La “superficie” è costituita da una struttura in cemento armato con finitura scabra su tutte le superfici interne ed esterne. A “chiudere” verso la piazza un setto vetrato da pavimento a soffitto senza montanti verticali. All’interno dello spazio d’ingresso le varie fuzioni sono definite da blocchi in materiali diversi concepiti come grandi elementi d’arredo posti in una pianta libera. Gli spazi di deposito e servizio sono collocati all’interno dello spessore del muro. Il “monolito”, massiccio, elementare, è interamente rivestito in pietra di Lavagna mediante la tecnica della facciata ventilata. La struttura della galleria è costituita da due coppie di travi reticolari in acciaio appoggiate a quattro piloni in cemento armato a sezione circolare. Le travi reticolari con luce netta superiore a cinquanta metri hanno l’altezza corrispondente a quella del volume espositivo vero e proprio. L’impalcato del piano e quello della copertura sono costituiti da una serie di travi a T d’acciaio disposte trasversalmente, semplicemente appoggiate ai nodi delle reticolari. A completamento dei piani orizzontali elementi in lamiera grecata appoggiati alle travi a T sopra i quali viene effettuato il getto di calcestruzzo armato. Una serie di scheggie/prismi/teche in vetro destinate a contenere i gessi è collocata a trafiggere il solaio di copertura e quello espositivo. La luce naturale illuminerà le sculture proiettando ombre fino al piano di base. Di notte l’illuminazione artificiale mostrerà altre sagome, altre ombre, diverse proiezioni in lontananza. Le due travi reticolari di ogni coppia sono distanziate di circa un metro e mezzo l’una dall’altra in questo spazio sono collocate la rampa pedonale per la copertura e alcune teche in vetro. La gamma cromatico-materica del cemento scabro della “superficie” valorizza il vetro del foyer, il nero liscio del monolito espositivo, la luce e l’ombra. I materiali si valorizzano per contrasto e definiscono un ambiente severo, silenzioso, meditativo.
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