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Reggio Emilia (RE), Italia

Riqualificazione urbana "Reggio Emilia est"

A ve milia 226

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Scendo dal treno e mi dirigo all’albergo. Prima di uscire dalla stazione vedo, dall’altra parte dei binari, una torre metallica che s’innalza da un’ampia zona verde oltre le rotaie e termina con due strani cilindri vetrati. Percorro il viale della stazione e l’aria fresca mi sveglia dal torpore che avevo sul treno. Arrivo nella Piazza del Tricolore. In cielo, sull’incrocio, tre luci-laser, verdi, bianche, rosse. Dalla rotatoria escono altri indistinti bagliori. Mi avvicino alla Gabella, già usata come farmacia, e vi scopro due scale mobili per scendere nel sottosuolo: é l’ingresso del Museo alla Via Emilia. Ritrovamenti archeologici, video, registrazioni, reperti recenti, sequenza di sale, legge Merlin, San Cristoforo. Spazzole per lavare i panni nel Marecchia, esche per catturare trote nel Trebbia. Mamme in ansia. Cuori nell’attesa. Dai lucernari in forma di prismi luce di giorno per il museo; di notte, nel silenzio, é il museo ad illuminare la città. Seguo la “promenade” del museo fino all’uscita verso lo spazio scoperto da cui si risale, per una cavea gradonata, alla quota della strada. Ma la passeggiata continua perché lí vicino, dall’altra parte della strada, vedo un recinto verde con rampicanti di varie essenze: é una pergola, una grande, alta pergola verde. La percorro ed entro nel rettangolo che, una volta, ascoltava il tifo, le urla, il gol e adesso le letture, i silenzi, gli sguardi lontani delle persone in sosta. Sulla tribuna gli astanti osservano e leggono in silenzio. Su di un lato mi attira una strana torre, sorta di alta capanna-cannocchiale. Mi avvicino, entro: vedo isolate stelle, la luna, qualche pezzo di nuvola. Sto bene. Con me anche una donna bionda, sola, alta che non mi dice una parola. Esco verso est attirato da un miscuglio di profumi. Una sequenza di “giardini a tema” fronteggia i vecchi edifici militari, adibiti, in passato, a Santa Barbara. Ora sono destinati alle Abilità Differenti. Mi dicono che chiunque abbia qualcosa da proporre per far star meglio il prossimo qui può trovare ospitalità per il tempo necessario a esporre, mostrare, rendere pubbliche le proprie abilità. Si incontrano persone che costruiscono “bigliodromi”, ditte che si occupano di giochi di movimento per ciechi, artisti che insegnano ad allenarsi al dolore… E, fuori, i profumi, i colori degli “orti-giardini”, la mela cotogna, l’uva ancellotta quand’é stagione ma anche il prezzemolo ed il melone. Sono preso dai passi. Attraverso il prato attorno alla casa restaurata, passo per il bosco della scuola materna in cui vedo recinti da aprire-chiudere per giocare a limitare-estendere lo spazio, provare a “fare a meno”, misurare il buio. Case di legno, giochi, alberi fitti, finti. Non ho ancora incontrato macchine. Mi dicono che, un pò più avanti, a ridosso della tangenziale, c’é il parcheggio interrato con fermata del minibu per il centro storico. Mi incuriosisce una passerella rossa, alta, che passa sopra le case. La percorro per metà, sento i passi di un drappello di ragazzi che fanno jogging verso l’area verde ad est e noto che sul tetto del parcheggio si estende il verde circostante del campo scuola, della piscina. Dall’alto intravedo anche una grande, lunga scultura che “avvolge” il cavalcavia fino alla Via Emilia. Scendo dalla passerella e, dal parcheggio, salgo sul minibu in direzione campovolo per vedere la “scultura stradale” ad altezza di finestrino. Dal nuovo svincolo-rotatoria del parcheggio il bus si immette sulla tangenziale verso la Via Emilia. Vicino a me l’indigeno di turno mi indica, con orgoglio, il “quartiere dell’arte”: intravedo dal vetro grandi sculture, illuminate da oggetti luminosi, collocate in modo provvisorio, ai margini delle strade, in giardini privati, in spazi dismessi. Sono li’ in vendita o in attesa di adozione. Mi spiegano meglio: si tratta di una anomala esposizione d’arte in permanente mutamento: le opere possono essere acquistate o noleggiate per un tempo determinato. Si deve far presto a venire a visitarla, l’esposizione cambia velocemente. Vedo una scultura adatta per il giardino di Michele, adesso gli telefono subito, chissà se ci sta davanti al muro scrostato della sua casa. Mi aveva raccontato di un suo sogno. Questa città continua a stupirmi. Più avanti, in zona campovolo, una selva di alti oggetti mobili e colorati segnano il vento: é il parco delle girandole. Dall’aereo, dal cavalcavia, nella nebbia la selva artificiale cambia continuamente aspetto, colore, mobilità. Poco prima, un po’ più a destra, lungo la ferrovia, nella nuova Stazione Ecologica si separano i rifiuti per il riciclo e per la produzione di fertilizzante. Il minibu mi riporta alla stazione ma dalla parte della torre metallica con il ristorante panoramico. Ho voglia di bere in alto. Salgo a prendere un cappuccino. Il cielo é terso e la vista spazia dall’Adamello al monte Cimone ed al Cusna. Che fortuna oggi! Ci sono le mongolfiere al campovolo. Il parco che intravedevo é li’ in basso vicino al Centro Internazionale dell’infanzia. E’ dedicato a Bruno Munari. Non riesco a vedere bene cosa ci sia dentro: mi piace pensare che si trovino alcune sue “macchine”, giochi, sorprese. Sicuramente c’é il treno che passa. A nord si vedono lo stadio di calcio, le “offerte da prendere al volo del Centro Commerciale”, “lunga e diritta” corre l’autostrada del sole. Ad est l’enorme scritta “MOR” mi ricorda i mitici aerei RE 2005, le locomotive delle Reggiane. Dalle vetrate circolari della torre vedo, separate dalla strada ferrata, due città: la città “del rumore” e quella “del silenzio”. Due città distinte ma complementari, utili l’una all’altra come parti di un unico organismo. Entro nell’ascensore per scendere, leggo all’interno: “ultimo piano – Centro di Monitoraggio sulla Città”, “livello interrato – Parking”, “livello 1 – per stazione ferroviaria”. Schiaccio “livello 1”. Il treno mi sta coccolando, dovrei prendere appunti per ricordare meglio quello che ho visto. Ho sonno. Il treno, il treno, il treno, il treno, il treno…

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