© Daniele Molinari . Pubblicata il 10 Aprile 2011.
Per definizione un ponte è una struttura utilizzata come attraversamento. E’ per sua natura un elemento di passaggio fruibile solo ed unicamente nel momento in cui si supera l’ostacolo. Nel caso del Ponte Leopoldo II, però, non si tratta solo di superare l’Ombrone; il ponte o meglio ciò che ne resta si erge e si impadronisce del luogo in cui si colloca, ne diventa simbolo principe e al contempo imponente contenitore di interrogativi. Due piloni di pietra si fronteggiano, sono il ricordo del ponte sospeso del Manetti, (uno dei primi esempi in Italia di tal genere), come intervenire? Come restituire al luogo una identità che sembra aver perduto nell’affievolirsi dei tempi? Quale significato storico ha significato l’intervento ottocentesco e cosa ne rimane per territori di Prato e Poggio a Caiano ed in generale per la Toscana? La nostra proposta per Ponte Leopoldo II si sforza di rispondere al meglio a queste domande presentando una soluzione che vuole coniugare tradizione e contemporaneità, integrando tecniche costruttive antiche e moderne, rifunzionalizzando il contesto spaziale, riconsolidando e ricontestualizzando un territorio importante, a favore di una comunità che dal 1944 vede una sua opera significativa, fortemente voluta, disgregarsi, ormai ombra di quello che un tempo rappresentava. L’intervento proposto abbandona la tipologia di “ponte sospeso” optando per una soluzione che contenga in se una serie di multifunzionalità. L’esigenza cardine di valorizzare i vecchi piloni manettiani diventa il perno centrale della composizione. Da questa è generata la forma geometrica del nuovo impalcato, un ovale che abbraccia, valorizza e protegge tutto l’esistente. La nuova forma che scaturisce dalla mezzeria di collegamento dei vecchi piloni diventa rimando, forma archetipo visibile e riconoscibile negli stucchi della vicina villa Medici a Poggio a Caiano e nel quadro di Giovanni Stradano “Il corteo di Eleonora da Toledo entra a Poggio a Caiano”. L’ellisse fa da cornice alla vecchia struttura manettiana che diventa l’oggetto da osservare, ammirare e comprendere, come in un museo, e in questo caso un ponte museo. Ancora la linea stilistica chiusa del ponte proposto contribuisce a comprimere un territorio rarefatto, un non luogo, ricompattando il tutto e ricreando una spazialità unica, un insieme ritrovato e ricaratterizzato poichè muta diventando percorso aggregante e spazio espositivo aperto a tutto il contesto ed ai suoi scenari i cui attori protagonisti, finalmente tornano ad essere i piloni. La struttura poggia su nuove basi in calcestruzzo armato, poste dietro i piloni in modo da non interferire assolutamente con gli argini dell’Ombrone. Si rialza in modo da rispettare il franco idraulico e si raccorda con l’ambiente circostante mediante una serie di riempimenti di materiale di risulta opportunamente trattato e compattato ricavabile dallo scavo in fondazione. In tal modo il ponte viene reso fruibile anche ai disabili, i quali si vedevano in passato negare l’accesso al vecchio ponte.Costruttivamente pur evolvendosi lungo una direttrice di contemporaneità, rimane saldamente legato alla tradizione sia per quanto concerne la tecnica costruttiva che i materiali utilizzati. E’ totalmente in legno, con sezione chiusa e cava, costituita da tre montanti superiori in acero stratificato ed uno inferiore. La spina centrale che collega i due correnti è costituita da una reticolare in acero, come anche in acero sono le lastre di chiusura laterali, i travetti e gli elementi trasversali del taglio che contribuiscono a generare un’immagine globale di un ponte statico ma al tempo stesso dinamico. L’impalcato di camminamento è in quercia trattata come quella del ponte originale. Ad interrompere la continuità del materiale è il parapetto in metallo e cristallo di sicurezza stratificato.
© Daniele Molinari . Pubblicata il 10 Aprile 2011.
© Daniele Molinari . Pubblicata il 10 Aprile 2011.
© Daniele Molinari . Pubblicata il 10 Aprile 2011.
© Daniele Molinari . Pubblicata il 10 Aprile 2011.
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