MIAW 2010 Re-ap..."/> MIAW 2010 Re-ap..."> Massimiliano Spadoni Architetto, Paolo Mestriner - studioazero, Rintala Eggertsson Architects — MIAW 2010 - RE_BOX — Europaconcorsi
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Milano (MI), Italia

MIAW 2010 - RE_BOX

Milano International Architectural Workshop

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MIAW 2010 Re-appropriation

RE-BOX A businness plan and installation

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BUSINESS TIME La riappropriazione del valore reale Il concept di partenza del workshop è di mettere in discussione la filosofia capitalistica vincente, ovvero l’idea di misurare ogni attività umana secondo il suo valore commerciale. Tale ideologia ha il limite di non prendere in considerazione numerose idee interessanti, che restano inutilizzate, accantonate, poiché incapaci di produrre ricchezze economica. Le nostre città sono diventate una una terra di nessuno, fatte di edifici “corporate” impersonali, di sterili spazi commerciali e di immense infrastrutture viarie; luoghi di passaggio o di consumo. Viviamo in una sequenza di spazi che non offrono alcuna particolare qualità, dei non-luoghi. È tempo di reclamare alle orde di “money-makers” senza scrupoli un ambiente e un paesaggio umano. Per raggiungere questo obiettivo abbiamo bisogno di un ottimo business-plan. 1. Giorno Il lavoro inizia ricercando la migliore strategia commerciale da impiantare in un luogo specifico della Facoltà di Architettura. Un “business-plan” indirizzato al soddisfacimento dei bisogni umani più profondi, che permetta di realizzare distributori di benessere, luoghi di shopping, o chioschi per vendere questi valori, a beneficio di tutti. Un’offerta per essere concorrenziale ha bisogno di un logo, un nome e una strategia di mercato; fattori che verranno poi studiati e progettati scrupolosamente. 2.giorno – 5. giorno In questi giorni si procederà alla costruzione del progetto, che si inaugurerà i 2 ottobre, quando il “business” entrerà nel vivo, e si dovranno vendere i nostri prodotti ai visitatori. Evidentemente l’obiettivo è di espandersi in altri paesi, in altri continenti e, infine, in altri pianeti. Il workshop introietta il concetto espresso in una frase del Dalai Lama: “La civiltà occidentale ha profuso gli sforzi maggiori nel conseguire i bisogni più superflui” Trondheim, 26 aprile 2010

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WS1. RE-BOX In cinque giorni il team formato da studenti e professori ha progettato e realizzato un’ architettura. L’interesse di questo lavoro non risiede unicamente nel risultato finale, nell’architettura realizzata, parte visibile di un’esperienza a tutto campo, ma soprattutto in un processo che ha generato un corto circuito rispetto alle classiche contrapposizioni progetto/costruzione, teoria/pratica, professori/studenti, mondo accademico/mondo “reale”. Una metodologia non lineare, piuttosto circolare, in cui ogni atto, ogni azione e ogni partecipazione si integra e prende corpo; accade così che l’architettura esca dalla sua auto referenzialità e divenga viaggio, esperienza, condivisione e costruzione. L’interazione fra le diverse parti che compongono l’architettura, tra le differenti attitudini di ogni partecipante, è il nodo centrale di un metodo di lavoro che ha l’obiettivo di far accrescere l’attenzione, la partecipazione, l’interesse e la creatività verso l’architettura e le attività connesse: avvitare, inchiodare, progettare, piallare, tagliare, proporre, correggere, discutere. Il progetto è stato solo un fattore, un elemento della costellazione di attività a cui ogni studente ha partecipato in questo workshop. Come in un’opera cinematografica o musicale, tutti gli attori hanno concorso alla realizzazione del progetto, ognuno si è trovato il proprio ambito, il proprio ruolo definendo autonomamente e in sinergia il proprio spazio.

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Una delle parole chiave di questo workshop e della metodologia di Sami Rintala è adattabilità. Adattabilità del progetto rispetto alle condizioni, al contorno, al materiale disponibile, alle osservazioni dei partecipanti, alla scadenza, alle risorse. Il concetto di adattabilità esprime una posizione “filosofica”, ancor prima che progettuale, rispetto alla realtà, ai limiti, ai e condizionamenti a cui si deve far fronte, considerati, non come ostacoli da by-passare, ma come fattori positivi che determinano la forma finale dell’architettura così come l’idea progettuale, il paesaggio e la sensibilità del progettista. Un’attitudine che si riscontra nell’architettura dei paesi nordici in generale e in particolare nel lavoro, sia professionale che accademico, di Sami Rintala. Un approccio metodologico che mira alla ricerca dell’essenziale, di forme e materiali come risposta pragmatica alle necessità e alle richieste del paesaggio e dell’ambiente. L’atto del costruire si riappropria dei caratteri di necessità e di responsabilità. Nei Paesi Nordici l’architettura si trova a dover operare in un contesto in cui l’elemento naturale, l’ambiente, il clima e il paesaggio sono forti condizionamenti; l’utilizzo di forme semplici e chiare, eppure evocative, è una risposta a dei criteri di opportunità e di ecologia, una riduzione e una economia delle risorse e dei gesti, compiuti per realizzare un’architettura.

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Nel Miaw questa attitudine è stata trasferita in un contesto urbano, rivelandosi efficace nel dover affrontare la realizzazione di un progetto in un periodo di tempo limitato. Nell’impostazione del lavoro del workshop si è conferita una nuova accezione al tema del rapporto con il contesto. La lettura dell’intorno, del “genius loci”, ha contribuito alla definizione della strategia di progetto, ed è stato interpretato come adattamento ai dati “materiali” che hanno informato il progetto: la quantità di legname ricevuto, gli attrezzi disponibili e le capacità specifiche di ognuno. Così come grande importanza è stata data alla lettura del luogo, che, più che valorizzare assi viari o tracciati urbanistici, si è focalizzata nel censire i negozi di ferramenta limitrofi.

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Under Construcion Il primo giorno del lavoro è stato dedicato alla definizione della strategia progettuale. Divisi in piccoli gruppi, gli studenti sono stati chiamati ad operare sulle linee guida indicate dai docenti: un’ architettura minima che fosse un contenitore di valori, da supportare con una strategia e uno slogan commerciali. Inoltre veniva chiesto di tener conto, fin dall’inizio, della fattibilità del progetto e di confezionarlo in base al materiale e al tempo disponibile. Le varie proposte sono state quindi sottoposte a tutto il gruppo, e per ciascuna sono stati rilevati aspetti positivi e criticità. I tre progetti ritenuti più efficaci sono stati oggetto di un ulteriore approfondimento. Nella seconda giornata l’equipe si è concentrata sulla proposta ritenuta più convincente, mettendone a punto dettagli e strategia operativa. Questo è un momento chiave per la riuscita di tutta l’operazione: è importante che gli studenti si riconoscano nell’idea progettuale da portare avanti e che ognuno possa appropriarsene, proponendo migliorie e modifiche. La riuscita del progetto è direttamente proporzionale al coinvolgimento di ogni partecipante. Una volta definita la soluzione ottimale, si è dedicata particolare attenzione al sito in cui posizionarla. Si è scelto il patio della Facoltà di Architettura, per la visibilità, e per il fatto di essere un luogo di cui gli studenti si sono appropriati per studiare e lavorare. Il team ha poi deciso di collocare la struttura in una posizione defilata, sia per rivitalizzare un’area normalmente sottoutilizzata, sia per poter organizzare una postazione di lavoro che non fosse ostacolata dal continuo passaggio delle persone. Prima di iniziare con la costruzione vera e propria, il “cantiere” e il gruppo di lavoro sono stati organizzati in reparti, secondo un modello decisamente tayloristico. Il lavoro del reparto “taglio” è stato quello di controllare i travetti di legno, di misurarli e di tagliarli nelle misure corrette. Questi pezzi sono poi passati al reparto “montaggio”, che ha svolto il compito di montarli tra di loro per formare dei telai di 2,40×2,40m e successivamente di fissarli su delle basi. Il reparto “logistica” si è occupato di trasportare il legname dal sito di stoccaggio al reparto taglio, di recuperare gli attrezzi necessari (sega circolare, viti da legno, carta vetrata, guanti, ecc.), di disporre i tavoli su cui lavorare e di riordinare gli attrezzi a fine giornata. Il reparto “marketing e comunicazione” ha svolto un lavoro importantissimo di recupero del vestiario e dei libri usati da collocare all’interno del volume costruito. Alcune case editrici e imprese tessili contattate hanno poi fornito gratuitamente alcuni prodotti. Questa strategia è servita a riutilizzare merci altrimenti destinate al macero, e per pubblicizzare il progetto all’esterno della facoltà. Questo reparto si è dedicato alla pubblicizzazione del progetto realizzato; le fasi di lavorazione sono state fotografate costantemente e le immagini sono poi state montate in un video “time-lapse” che, corredato da un opportuno brano degli Arctic Monkeys, ha ottenuto una resa affascinante. Infine è stata redatta una cartella stampa da inviare alle maggiori testate giornalistiche di settore.

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Questo progetto è stato chiamato RE-BOX, per la sua caratteristica di essere uno spazio in cui gli studenti possono scambiarsi libri e vestiti. RE-BOX è una struttura lignea formata da 40 telai di 2,40×2,40m; all’interno, incastrati tra i travetti, sono state inserite dei contenitori in MDF, che hanno la funzione di irrigidire la struttura di appoggiare e appendere oggetti. Una pedana infine svolge la funzione di pavimento e di collegamento strutturale dei telai.

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Architettura scala 1:1 “Architettura è dare forma allo spazio tramite la luce e può essere compresa pienamente solo attraverso la partecipazione del corpo umano. Molti degli edifici a scala minima sono ancora in piedi e siete invitati a visitarli. Meglio ancora, costruitevene uno” Mike Cadwell, “Small Buidings”, Pamphlet Architecture n.17, Princeton Architectural Press, New York, 1996. In cinque giorni si è progettata e realizzata un’architettura in scala 1:1. Proprio qui sta la chiave del workshop. Lavorare su scala minima permette un’ economia di mezzi che consente di ridurre la complessità del progetto e di produrre un fertile succedersi delle fasi che portano alla sua concretizzazione: progetto, ideazione del brand, gestione delle risorse, fornitura/trasporto dei materiali, organizzazione del lavoro, messa in opera, costruzione, divulgazione e pubblicazione del risultato. Lavorare con questa metodologia ha permesso di sperimentare il processo progettuale, e di ridurne la complessità in una sequenza organizzata di problemi semplici, affrontati e risolti di volta in volta. Il progetto iniziale della struttura in legno si è modellato secondo le possibilità reali tenendo conto della disponibilità del materiale, delle caratteristiche del legno, della localizzazione e delle abilità manuali di ognuno. La forza del progetto è stata quella di assorbire le modifiche e le riduzioni che si sono presentate nella fase di realizzazione. Esprimersi con pochi e chiari segni diventa un importante e necessario atto di economia. Significa osservare se stessi e l’intorno con occhio curioso. Spinge a cogliere l’essenza dell’esperienza vissuta nel suo istante e a trasmetterne i valori fondamentali cogliendo le possibilità infinite che lo spazio offre. La validità del lavoro svolto durante il workshop è confermato dall’appropriazione della RE-BOX da parte degli studenti della Facoltà di Architettura, decretando il successo commerciale dei valori che contiene. Un investimento ad alto tasso di rendimento

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