© Ivan Pavlovic . Pubblicata il 09 Gennaio 2012.
In questo secolo c’è un ritorno alla “coltivazione” della poetica del silenzio, e per mezzo di questo si è capaci di interpretare la caotica ambiguità della nostra epoca. Il lavoro consiste in un processo di sottrazione, a cui corrisponde la creazione del vuoto attivo, definito come fonte di energie vitali come luogo di confronto e incontro, attraverso la corte. Da sempre l’uomo lascia traccia della sua presenza sulla faccia della terra agendo sulla natura per impadronirsi delle sue risorse e trasformarla nella propria dimora. L’ambiente si è così riempito di oggetti artefatti, rilievi, coltivazioni e scavi che, anche se portano inequivocabilmente l’impronta umana, finiscono per appartenere al paesaggio come una sua ulteriore componente.
© Ivan Pavlovic . Pubblicata il 09 Gennaio 2012.
Questo dialogo tra uomo e natura, il cui frutto siamo solito definirlo paesaggio antropizzato, in pochi luoghi del pianeta si manifesta tanto come in Sardegna. La morbidezza del rilievo, il delicato incastro tra le forme della terra e l’acqua, il ricco e svariato mantello della vegetazione, la topografia articolata delle valli, l’atmosfera umida e la luce favorevole che accentuano le differenze e le sfumature: tutto contribuisce al fatto che in Sardegna il diffondersi degli insediamenti umani non sia equivalente a una profanazione della natura, bensì a un’esaltazione della sua sacralità, del suo insostituibile valore di riferimento per chi la abita o l’attraversa. La Sardegna dove marine, estuari, entroterra dai terreni colvtivati, pascoli e viticolture (tutti luoghi dove gli elementi della geografia si fondono tra loro) ci sorprende talvolta con episodi in cui i tratti del paesaggio acquistano dimensioni eroiche. Il mare, la terra e il cielo sono, in questi casi, personaggi di una scena tragica d’impressionante potenza, sulla quale la presenza dell’uomo non sarebbe necessaria. Anche nei luoghi più aspri l’uomo ha voluto partecipare alla costruzione del paesaggio. Nelle usanze, nelle processioni o nei balli tradizionali, vi si leggono segni geometrici che non nascono tanto da un’istanza personale, quanto da una riflessione sulle grandi questioni del genere umano; qui l’artefice è stato soltanto l’interprete di una missione, che altri gli hanno attribuito e che ha portato a termini in nome delle collettività. La cultura popolare contadina offre, in Sardegna numerose tracce – spesso esemplari di come l’intervento individuale sul territorio possa esprimere il senso della collettività. La laboriosità anonima di molti ha forgiato la forma dei paesi e dei campi. Le mura che accompagnano un camino o delimitano un terrazzamento, il bosco che protegge un luogo di festa o segnala la presenza di una fonte sono altrettanti elementi di un linguaggio che ci parla e a partire dal quale è stata possibile la costruzione del paesaggio. Un polo agroalimentare, nel mondo rurale Samughese, svolge anche il ruolo di autentico complesso simbolico perché, mettendo in relazione le preoccupazioni del quotidiano con i riti stagionali delle colture e della raccolta, è in grado di stabilire una mediazione tra gli angusti problemi della sopravvivenza e tutto quello che, trascendendola, rimanda a una concezione sacra del mondo.
© Ivan Pavlovic . Pubblicata il 09 Gennaio 2012.
© Ivan Pavlovic . Pubblicata il 09 Gennaio 2012.
© Ivan Pavlovic . Pubblicata il 09 Gennaio 2012.
© Ivan Pavlovic . Pubblicata il 09 Gennaio 2012.
© Ivan Pavlovic . Pubblicata il 09 Gennaio 2012.
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