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Samugheo (OR), Italia

Nuovo polo dell’agroalimentare. Samugheo

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Panoramica

L’ORIGINE Si può inseguendo un mito trovare traccia di un antico popolo? Sembrerebbe di sì qualora le ipotesi immaginate si dimostrassero non prive di qualche fondamento. Esiste un paese sardo che solo di recente sembra uscito da un isolamento millenario. Un paese di frontiera nel senso che non si trova abbastanza all’interno dell’isola da appartenere alle famose Barbagie ma sulle prime emergenze del Barigadu salendo da Allai tanto che nei giorni di maestrale sembra giungervi il profumo lungo del mare. Limite forse estremo della penetrazione romana almeno a giudicare dalla miriade di ritrovamenti avvenuti e spesso celati o usati come normali materiali da costruzione in ricostruzioni successive. Il paese Samugheo di cui stiamo discorrendo dista infatti appena una decina di chilometri da Fordongianus (l’antica Forum Traiani in cui era attestato il più importante avamposto delle truppe di Roma). Ai bordi quindi del vasto e quasi inaccessibile territorio delle Barbagie. Giace Samugheo leggermente digradante su un elevato altopiano protetto da ogni parte da dirupi in una posizione facilmente difendibile. Oggi la comoda strada dopo l’attraversamento del Rio Mannu corre veloce verso la pianura del vasto Campidano e dalle curve dopo la galleria già si riesce a scorgere la linea della costa occidentale. Paese quindi attratto da due poli, uno antico e apparentemente immutabile, dell’interno più segreto e misterioso e l’altro della marina e dell’apertura al mondo esterno con un porto commerciale. Doppia anima che certamente condizionerà gli sviluppi futuri della comunità samughese. Forse grazie al suo isolamento il paese ha conservato nei suoi costumi, nelle sue feste e nelle sue tradizioni elementi ancorchè non esclusivi ma che in altri contesti, più contaminati con la frequentazione del turismo, sono forse già scomparsi da parecchi decenni. A Samugheo si sono conservati invece i retaggi di antiche feste che si riallacciano all’antico mito di Adone. Spesso nelle rappresentazioni non si riesce più a cogliere le profonde motivazioni che stanno alla base di antichissimi riti che affondano le loro origini nei tempi dell’Età del Bronzo. Mi riferisco alla usanza di preparare il “nennere” esposto accanto al sepolcro di Cristo durante la Settimana Santa oppure a Ferragosto al passaggio della processione dell’Assunta. Adone, figlio del re di Cipro e sacerdote di Afrodite, nato da un rapporto incestuoso, fu affidato dalla dea a Persefone perchè lo allevasse. Adone crebbe così bello che Persefone non volle restituitlo. Dalla disputa fra le due dee nacque poi la salomonica decisione del re Zeus. Adone avrebbe vissuto metà dell’anno nel regno degli inferi e metà alla luce del sole, fino alla sua morte per opera di un cinghiale infuriato. Afrodite pianse dunque la perdita della bellezza di Adone. Il significato del mito è inequivocabile. Adone rappresenta la dimensione naturale, la natura che nasce al solstizio di primavera e muore all’approssimarsi della stagione del letargo. Ciclo eterno della vita e della morte che si rinnova ogni anno. Ma questo, con qualche traduzione in greco dei nomi, è anche l’antico mito dei Cabiri di stanza nell’isola di Samotracia, una delle isole greche dell’Egeo che si affaccia sulle coste dell’Anatolia, dove sorgeva un grande santuario in cui si svolgevano diversi gradi di riti di approfondimento e di iniziazione a questo culto. Si aprono spiragli su un mondo antico che aveva tuttavia valenza mediterranea. Vi era giunto, si afferma, in epoca molto antica un popolo che proveniva da un’area corrispondente all’attuale areale lappone nel nord della Finlandia. Anticamente, quando le condizioni climatiche molto più miti ne consentirono lo stanziamento, si trattava di un territorio ancora più vasto che giungeva fino al Mare di Barents. Ancora oggi nella loro lingua i pochi lapponi rimasti si fanno chiamare Sami o Samu e nella Grecia antica oltre a Samotracia, che nel nome tradisce la vicinanza con la grande Tracia, si trovava più a sud l’isola di Samos appartenente alle Sporadi e anche l’isola ionia di Cefalonia pare che anticamente avesse nome Sami o Sames. Un caso, una banale coincidenza? Afrodite come Apollo, trasportati nella mitologia greca come fratelli, erano venerati in tutta l’area della Ionia, da molti studiosi individuata come l’area in cui si attestarono le migrazioni provenienti dal nord boreale a seguito della fine dell’optimum climatico. Sappiamo anche come sia ormai largamente accettata, pur con qualche distinguo, l’ipotesi di ulteriori e successive migrazioni dalla Ionia alla grande isola d’occidente, la Sardegna. Ora il mito antico, sopravvissuto proprio a Samugheo e certamente ormai da secoli rappresentato in forma solo più coreografica, potrebbe far pensare all’arrivo in questa terra di confine, in questo limes preromano, di popolazioni provenienti dall’est egeo che conservorono tuttavia i loro antichi usi e costumi portati dai lontani territori nordici. Già ma la traccia più intrigante è racchiusa proprio nel nome della ridente cittadina. Samugheo potrebbe avere origini invece che da un improbabile San Michele nella versione spagnola San Migeu( questa almeno sembra essere la più accredita origine del nome) invece da Samu, da territorio dei Samu. Un toponimo che racchiude (e non sarebbe la prima volta) il nome del popolo che forse anticamente lo ha abitato. Non è infatti impossibile una trasformazione in chiave sarda gheo del greco gi, terra. Samugheo dunque la terra dei Samu; un’ipotesi certo che andrebbe indagata e approfondita, ma se tale ricostruzione avesse un minimo di forza per poter resistere agli inevitabili attacchi degli scettici, certo Samugheo potrebbe vantare un curriculum vitae di tutto rispetto. E questa sua origine di alto lignaggio, antichissima, potrebbe spronarci tutti a non rinnegare le nostre origini, anzi a trarre proprio da esse nuovi spunti per un grande rilancio anche in chiave culturale e turistica. Ma sopratutto un invito forte a non disperdere una identità così esclusiva. Chissà se tali caratteri distintivi, forse unici nel variegato panorama sardo, non connotino proprio una esclusività tipicamente locale che sa in fondo di una antica “fierezza” tuttora avvertibile camminando per le strade del paese? Se recenti ritrovamenti di elementi lapidei scolpiti e utilizzati in modo improprio sembrano far emergere, in attesa di una loro scientifica classificazione, un accurato restauro e prossima esposizione al pubblico, forti analogie con le cosidette statue rinvenute nel Sinis e dette, per l’inusitata altezza, i giganti di Mont’e Prama, si potrebbero da tali indagini scoprire ulteriori conferme. Stanno infatti emergendo collegamenti nelle fattezze con popoli dell’Europa continentale di area celtica. Un collegamento con la civiltà del Sinis potrebbe gettare nuova luce su un periodo tuttora oscuro della nostra preistoria e per Samugheo si potrebbero aprire nuovi scenari che accosterebbero le eccellenze agroalimentari e artigianali anche al mondo dell’arte.

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Centro esposizioni

Con tali premesse di grande rilievo, accingerci a metter mano all’opera di recupero del sito oggetto del concorso di idee ci sprona a non perdere di vista questi limiti. Da una parte un religioso rispetto delle tradizioni samughesi, un unicuum da tutelare facendolo sempre vivere come un rinnovarsi continuo del mito, il mito del trascorrere delle stagioni. In sè vanno colti i motivi per progredire, senza attendere improbabili agganci esterni. Dall’altra una legittima aspirazione a crescere, a non perdere energie fresche della propria comunità, creando nuovi posti di lavoro in questa terra affamata di opportunità e i presupposti tecnologici volti all’avanguardia per non restare indietro. L’opera oggetto del concorso va quindi vista in questo contesto. Occasioni di sviluppo con produzioni tipiche e di sapienza antica. L’arte antica del tappeto che anch’essa sembra spingerci verso similitudini con culture medio-orientali. Un accostamento solo casuale? O forse ancora una traccia di origini comuni? Non lasciamo cadere le sapienze tecniche che sono patrimonio inalienabile della comunità intera. Nel nostro progetto abbiamo voluto riservare al tappeto il posto d’onore, immaginando di realizzare una pavimentazione del viale di accesso e della piazza che avesse riprodotto all’infinito una texture con il disegno del “Gancios”. Il tappeto ci ha anche spinti a uno sdoppiamento della futura Sala Polivalente per potergli riservare una idonea sede ancorchè non esclusiva. E proprio il tappeto della piazza sembra unire e fondere insieme i due corpi della Sala Polivalente stessa. L’arte antica della coltivazione della vite puntando su produzioni più richieste da un mercato che sembra orientarsi su vini più leggeri. Si vuole in questi spazi artigianali produrre il vino e avere uno scambio continuo e costruttivo con i gusti del pubblico. Alla produzione deve seguire la degustazione. Ma poichè si ritiene il momento della degustazione un momento importante abbiamo dedicato ad esso uno spazio apposito, affacciato sul cono di visuale più suggestivo. Ad unire i due spazi ancora il tappeto della piazza. L’arte antica della panificazione che in contesti come quello di Samugheo si sublimano in forme espressive di rilievo. Come omaggio a questa raffinata tradizione abbiamo voluto dedicare nel nostro progetto un aspetto simbolico di grande impatto, immaginando di coprire i tetti di tutti i locali artigianali proprio con campi di grano in miniatura, separati da bassi muretti in pietra al fine di riprodurre l’antico paesaggio campestre sardo. Dividendo le coperture in piccoli lotti ben individuati dalla griglia di cui si dirà in seguito, è possibile immaginare di riprodurre in ognuno di essi anche varietà diverse quali grano, avena, miglio, segale. A tutti i lotti si accede con una strada sulle coperture che coprendo il sottostante viale commerciale può diventare sopra percorso didattico, raggiungibile, mediante un terrapieno posto a lato dell’area di manovra riservato all’area produttiva, anche con piccoli trattorini o macchinari agricoli. Percorso didattico peraltro non isolato ma intimamente connesso alle due aule che trovano collocazione idonea proprio dentro all’area produttiva. La macelleria e il salumificio meritano un posto di diritto nella tradizione agroalimentare del territorio samughese. Locali di produzione in cui il visitatore dall’esterno può vedere le varie fasi delle lavorazioni. Ci sono oggi varie trasmissioni televisive che mostrano l’interno degli stabilimenti. Noi abbiamo voluto dare con superfici vetrate visibilità alle lavorazioni. La disposizione dei locali è stata pensata con una filosofia di scambio continuo e fluido tra le parti. Occasioni di sviluppo con locali adibiti alle produzioni ma anche alle visite e agli incontri, lo scambio delle idee, delle esposizioni e delle fiere, del museo ma vivo quindi anche l’occasione grande per la tradizione delle feste, per la pratza ‘e is ballus (ci scusiamo per eventuali errori ma ci sembrava riduttivo rinunciare alla musicalità delle parole). Incontri, avvicinamenti ma anche confronti. Ecco allora il foyer in cui gli spettatori possano intrattenersi prima e dopo lo spettacolo. Il teatro al piano terreno e la sala conferenze al primo piano, separate ma che possono anche riunirsi raddoppiando la propria capacità. E quasi specularmente ma prossimi e vicini l’ingresso dell’area espositiva, che di nuovo riproduce la funzione del foyer e l’area museale. Non chiusa ma aperta sulla piazza, interscambiabile. Ancora dalla parte museale ci aspettiamo grandi risultati il giorno in cui i reperti troveranno la loro giusta collocazione. Un’occasione con forte valenza attrattiva. Si tratta di un concorso di idee che prevede anche il recupero in parte della struttura esistente. Si è quindi partiti dall’idea che bisognasse non perdere del tutto un’esperienza del passato. Si è cominciato con il voler conservare l’orientamento grosso modo parallelo alla via Vittorio Emanuele del corpo con andamento da oriente ad occidente. Poi si cercherà di conservare parti delle murature perchè abbiamo mantenuto delle larghezze di manica. Si preserveranno, dove compatibile con la funzionalità dei nuovi spazi, anche tratti originali. Ma crediamo di aver conservato la figura grossomodo in pianta che ricordava e ricorderà una pi greca. Una lettera densa di significati simbolici, che ricorda un modo antico di costruire, il trilite, con dimensioni e materiali antichi quali la pietra, il materiale per eccellenza di due civiltà millenarie come la civiltà greca e la civiltà sarda. Conserveremo l’idea e come materiale caratterizzante conserveremo la pietra.

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Vista del Teatro polifunzionale

INQUADRAMENTO URBANISTICO Osservando la carta catastale del Comune di Samugheo, proprio a ridosso dell’area oggetto di recupero, il Nuovo Polo dell’Agroalimentare e della Tradizione Samughese, abbiamo colto delle linee privilegiate con andamento dal settentrione al meridione che certamente potrebbero aver avuto un significato nelle antiche divisioni delle particelle. Tali linee ad andamento leggermente divergente paiono aprirsi verso la valle che guarda alle giare incrociando l’asse di penetrazione principale, provenendo da Allai, costituito dalla via Vittorio Emanuele. Pur senza conoscerne l’origine, tuttavia ci erano parsi elementi degni di essere continuati nel nostro sito. Sì, perchè vogliamo rimarcare forte il concetto di continuità e di integrazione nel contesto urbano esistente. La direzione dei setti progettati con una scansione legata alle esigenze distributive ha grossomodo un andamento che riprende tali fili integrandosi perfettamente. Materializzazione quindi di antichi tracciati, forse di antichi recinti di tancas. Certo noi li abbiamo immaginati in pietra come il materiale che meglio ha in sè lo spessore della storia. Soluzione materica forte, distintiva, senza compromessi, antica. Mentre dall’osservazione dell’accesso più prossimo al centro storico, quello ad est, unendo dei punti esistenti della via, uno tangente al muretto dei giardini il secondo tangente al punto più esterno della proprietà confinante, si è individuato un fuoco da cui originano linee con andamento a raggera. Da tale origine parte un grande fascio che si protende all’interno del sito con un obiettivo di apertura visuale verso la circonvallazione. Un accesso materializzato come continuazione del percorso urbanistico esistente. Allo stesso modo e con lo stesso fuoco si genera invece di fianco ai locali artigianali e didattici (sono infatti indicate due aule didattiche dentro le zone produttive), con andamento sub-parallelo, un percorso di visita. Due assi distributivi forti e chiari, collegati dalla piazza. Dove le rette grossomodo perpendicolari a queste e delineanti i lotti urbanistici incrociano il fascio delle linee spiranti in direzione ovest, si vengono a determinare punti generatori della nostra struttura, materilizzandosi in spigoli di aree definite. Nelle planimetrie evidenziate a lato si individuano enfatizzandole queste due direzioni, che scaturiscono da elementi assolutamente naturali e non imposti con una operazione cervellotica. Già insite nel tracciato urbano, forse non evidentissime, noi abbiamo portato avanti solo un’operazione di disvelamento. In questa nuova configurazione urbana si pensa di chiudere la stretta via Santa Croce che avrebbe compromesso la fruibilità di tutta l’area, immettendo traffico veicolare nel cuore del complesso. Come contropartita si propone di allargare la via San Michele con la creazione di nuovi parcheggi a raso. In tal modo il sito del Polo dell’Agroalimentare viene ad essere intimamente collegato all’area verde piantumata ad ulivi e la prosecuzione della scansione delle linee dei muri consente di localizzare le nuove aree mercatali, in stretta connessione con il Polo medesimo. In parte in muratura e in parte con siepi verdi. E a lato del Viale di accesso troveranno posto, leggermente interrate anche le centrali a servizio del complesso. Viene ristudiata la parte del campetto di calcio e della zona del chiosco bar. Del pari queste strisce diventano vie di accesso al Polo, fornendo alta visibilità proprio dalla via Kennedy. Si viene configurando quindi un Polo plurifunzionale. Tutta l’area verde e l’area esistente ad uliveto saranno oggetto di rimodellazione intervenendo anche sulle pavimentazioni. Il chiosco bar viene spostato nei locali posti a sud della piazza, dove in adiacenza al bar sarà realizzata una ampia Sala Degustazione dei prodotti agroalimentari, davvero vicina ai luoghi di produzione. Il nuovo bar sarà accanto alla Sala Degustazione, nata come oasi in cui fermarsi ed assaporare le specialità, possibilmente da seduti nel verde o su un terrazzo con un vista sui monti circostanti. Si parlava di due fuochi, ma due fuochi non su un asse di simmetria hanno in sè una carica di dinamicità che ci piacerebbe portare nel nostro progetto. Un progetto in evoluzione, vivo e pronto ad adattarsi ad eventuali nuove sopravvenienze.

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La piazza

L’IDEA Guardando il paese di Samugheo dall’alto (con i nuovi strumenti tecnologici come Google Earth l’operazione è davvero semplice) la forma ricorda sia una piccola motobarca di quelle che usano i pescatori locali oppure anche una scarpetta di foggia orientale. La circonvallazione ad andamento curvilineo di via Kennedy potrebbe essere la linea della chiglia mentre la già incontrata via Vittorio Emanuele che poi diventa via Gramsci potrebbe essere la linea di galleggiamento. Con un pò di fantasia. Al centro la zona di via Umberto e via Roma potrebbe essere il gabbiotto con il volante e la torretta mentre la poppa si rialza un pò come nei galeoni spagnoli. Pensiamo ai galeoni spagnoli perchè pensiamo ai tappeti che riproducono proprio una silouhette analoga. Se torniamo invece alla scarpa essa assomiglia alle scarpette veneziane indossate durante il Carnevale con la zona centrale che pare aprirsi in un fiocco e il tacco rialzato come nelle fogge orientali, come se non toccasse terra. Sia l’una figura che l’altra guardano in direzione dello Stagno di Santa Giusta e l’antistante porto di Oristano su un arco che pare attraversare Villaurbana e Palmas Arborea, con la punta che pare librarsi sopra la suggestiva valle di Ruinas. Noi abbiamo colto un segno in queste figure. Ci piace immaginare una voglia di aprirsi proprio verso valle e anche il futuro Polo dell’Agroalimentare e della Tradizione Samughese ci pare indirizzato verso quei lidi che costituiscono il naturale sbocco delle produzioni. Oggi una operazione importante come quella che ci si accinge a varare deve avere degli obiettivi chiari. Deve puntare ai mercati che non possono essere solo di ambito locale ma deve spingersi a quel porto dove sembra diretta la prua del barchino. I mercati devono essere nazionali e perchè no anche europei e internazionali. Ci vuole questo orgoglio nell’affrontare la sfida. Il che non significa rinnegare le tradizioni anzi vuol dire acquisire la sicurezza che le produzioni, se portate avanti nel solco della specificità, sono di assoluta eccellenza, apprezzatissime e ricercate e devono puntare a fette di mercato che capiscano proprio quelle specificità. Inutile svilirsi in una concorrenza che abbatta i prezzi. Noi progettisti non possiamo estraniarci e stare fuori da questi discorsi. Il nostro progetto vuole rivendicare la paternità di questa sfida. Ecco l’uso e l’impiego di materiali tecnologici accostati ai materiali tradizionali. La pietra sì, sprizzante forza, firmitas, ma anche il vetro strutturale, il top della sofisticazione tecnologica. Le due anime devono convivere, non c’è contraddizione fra di esse. Il consumatore è abituato a vivere in contesti in cui quella tecnologia è largamente impiegata e il messaggio promozionale è quasi automatico, privo di traumi.

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Ingresso sud

IL PROGETTO Il nostro progetto, riprendendo l’idea o la forma della struttura esistente, si è venuto dispiegando con una forma a pi greco, da potersi cogliere abbastanza chiaramente. La stanga orizzontale è l’area che noi chiamiamo produttiva dimostrativa con davanti il camminamento che avvicina l’utente-cliente al produttore. Verrebbe quasi da pensarla come una via commerciale con attestati i servizi, coperta. Le due gambe con una leggera e quasi impercettibile divaricazione sono invece rappresentate dall’area Expo e museale a sinistra con una parte anche all’aperto e dalla sala riunioni e auditorium a destra. Ci accorgiamo di aver usato espressioni forse in ambito internazionale più conosciute. Entrambi i corpi presentano anche un primo piano. Le coperture di questi due corpi sono le coperture con i pannelli fotovoltaici che assieme ad un utilizzo dell’energia eolica con piccole turbine ad asse verticale assicurano il fabbisogno energetico di tutto il complesso. Si punta con tecnologie diverse all’autosufficienza energetica. La Sardegna in questo campo avrà vita più facile di altre regioni, perchè possiede in copiosa quantità due delle fonti rinnovabili più importanti, il sole e il vento. Si tratterà di non rinunciare ai grandi vantaggi senza per questo dover compiere scempi sul paesaggio. Ecco la nostra condivisione delle produzioni diffuse e non impattanti sul paesaggio. Le turbine eoliche, leggere, le abbiamo immaginate nei pressi dei campi di grano, sulle coperture quindi, nascondendole dietro a tralicci in cor-ten altamente tecnologici. Ci sovvengono alcune immagini di film western in cui nelle vaste praterie apparivano torri con minipale per sollevare l’acqua. Anche lì c’erano a volte binari del treno, come simbolo della civiltà. E anche lì stanziandosi i nuovi coloni si vedevano i campi di grano. Nell’immaginario collettivo e in molte civiltà antiche il grano era il simbolo della vita. Noi al grano abbiamo voluto accostare un impianto che sarà l’impianto del futuro. In tempi così difficili abbiamo voluto materializzare la speranza che la vità continuerà. Nel mezzo la piazza spartita appena dalla presenza dei due monoliti che accennano le linee generatrici già descritte. Piazza, piazza racchiusa e aperta al tempo stesso, con affaccio sulle prospettive lontane che fanno correre lo sguardo alla Giara di Gesturi, elemento cratterizzante di un certo immaginario collettivo. Piazza che immaginiamo ormai in un trasporto visionario come quella di un piccolo foro. Il luogo del commercio, ma anche dell’incontro e dello scambio, delle istituzioni e delle speranze, della voglia di uscire dall’isolamento, una piazza anche di riscatto. Ma per un popolo ancora felice, anche piazza dei balli e della voglia atavica di svago e divertimento dopo la fatica o il lavoro. Su questa piazza, con l’auspicio che un giorno ogni abitante possa percepire come il proprio salotto di casa, noi abbiamo voluto inserire un simbolo forte quale il tappeto, una parte elementare ripetuta all’infinito di un tappeto tipico della produzione samughese. Anch’esso peraltro, come le produzioni agroalimentari e l’arte antica, di grande rilevanza economica per il paese, oggi ma sopratutto domani.

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Panoramica

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Il parco

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Panoramica

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Planivolumetrico

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Prospetto interno

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Tav.1

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Tav.2

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Tav.3

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