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Napoli (NA), Italia

Sant'elmo's Fires

Carlo Majorano, Luca Lanini, Giuseppe Ardissone, Paolo Cicala, Francesco Costanzo, Estudio Cano Lasso Arquitectos, Francesca Brancaccio — Sant'elmo's Fires

Vista dalla città

L’ARCHITETTURA

Carlo Majorano, Luca Lanini, Giuseppe Ardissone, Paolo Cicala, Francesco Costanzo, Estudio Cano Lasso Arquitectos, Francesca Brancaccio — Sant'elmo's Fires

Vista del modello

La prima questione affrontata per l’ideazione di questo progetto riguarda la narrazione del rapporto tra il Punto di Ristoro oggetto del concorso internazionale di progettazione e questo straordinario monumento napoletano.

Carlo Majorano, Luca Lanini, Giuseppe Ardissone, Paolo Cicala, Francesco Costanzo, Estudio Cano Lasso Arquitectos, Francesca Brancaccio — Sant'elmo's Fires

Vista piazza d'armi

Un’appartenenza – quella tra il polo museale così come è e come intende organizzarsi in futuro e uno dei principali servizi d’accoglienza per il pubblico – ricercata dal punto di vista dell’intreccio di funzioni differenziate che questo monumento permette: il castello come museo, come galleria espositiva, come polo congressuale, come grande piazza sopraelevata, terza acropoli di questa città.

Carlo Majorano, Luca Lanini, Giuseppe Ardissone, Paolo Cicala, Francesco Costanzo, Estudio Cano Lasso Arquitectos, Francesca Brancaccio — Sant'elmo's Fires

Pianta

E dunque un rapporto ricercato identificando accessi e percorsi, cercando di legare tra loro orari ed attività, luoghi fisici del castello e flussi (come verrà di seguito descritto), ponendo il problema dell’accessibilità del monumento come connessione tecnica ed architettonica.

Carlo Majorano, Luca Lanini, Giuseppe Ardissone, Paolo Cicala, Francesco Costanzo, Estudio Cano Lasso Arquitectos, Francesca Brancaccio — Sant'elmo's Fires

Sezioni

Ma anche il Belforte come grande e visionaria lezione di architettura. Un’appartenenza allora ricercata proprio dal punto di vista della sua architettura, dei suoi caratteri e dei suoi elementi.

Carlo Majorano, Luca Lanini, Giuseppe Ardissone, Paolo Cicala, Francesco Costanzo, Estudio Cano Lasso Arquitectos, Francesca Brancaccio — Sant'elmo's Fires

Vista piazza d'armi

E allora il problema come fare dell’architettura del Punto di Ristoro un organo dell’architettura del castello, un pezzo nuovo eppure “conforme” (nel senso corbusiano di adeguato ma anche commisurato) a quell’architettura.

Un monumento straordinario, si diceva: cisterna, carcere, fortezza, cittadella, deposito di munizioni. E ora museo, sala da concerti, spazio espositivo, cinema. Quasi a dimostrare l’indifferenza alle funzioni del monumento, secondo la ben nota (e fraintesa) teoria aldorossiana della permanenza. Che si può ribaltare come la questione dei monumenti come presenze attive nella storia urbana della città e quindi modificabili anche nella loro figura. Come la questione della stratificazioni di nuove funzioni, di nuovi pezzi d’architettura all’interno di un fortissimo palinsesto architettonico. E di come interventi sia pure minuti possano rivelare il vero carattere di una architettura monumentale. Attraverso un’opera di precisazione, di aggiustamento che è tutte nel solco della tradizione dell’Architettura Italiana. Pensiamo agli interventi di Carlo Scarpa e Franco Albini, ad esempio.

Un monumento straordinario. Ad iniziare dalla massa e dalla condizione drammatica della sua architettura, che fa scrivere al Miccio: “un’opera di artificio tale che si può eguagliare a qualsivoglia edificio dei Romani, conciosiacché chi lo considera bene troverà in esso un taglio del monte, quanto è quello della grotta di Posillipo”.

Castel S. Elmo si costruisce come modellazione della collina su cui insiste, utilizzando per le murature in sostruzione la stessa materia cavata dal proprio scavo: “l’essere fatto di taglio sul proprio monte così che solo il palazzo e la cittadella siano fatte di fabbrica”. Una condizione che come scrive Gianugo Polesello, rappresenta “il trionfo dell’architettura come luogo dell’artificio massimo e accrescimento del luogo naturale come istruzione nella città e come problema di dominanza della natura”.

Un monumento straordinario: un’architettura costruita dunque per scavo e sostruzione, per sottrazione di materia e per grandi spessori murari. Forse la più “napoletana” fra le tante architetture notevoli di questa città. Proprio perché essa nasce come grande metafora delle modalità di costruzione della città: cavando dal proprio corpo, dalle proprie fondazioni il materiale per la propria messa in opera, costruendosi con le proprie viscere, in una sorta di impeto autocannibalico.

Un’architettura che si confronta col Mito più che con la Storia e per questo pienamente nella tradizione napoletana: come già l’antro della Sibilla, la Piscina Mirabilis, le Catacombe, proprio perché è così sottile e programaticamente ambiguo il discrimine tra artificio e natura. Cozens ne esalterà proprio questo carattere rappresentandolo come un massiccio alpino o “come impervia desolata scogliera”, forzandone dimensioni e dismisure, e persino la location, ma restituendoci le fattezze di un’architettura visionaria: “il muro a strapiombo, la sua dismisura, la sua precipite discesa nell’ombra hanno infatti spezzato il legame con la realtà” (Ottani-Cavina).

Castel S. Elmo come architettura “grandiosa” nell’antica, assertiva, accademica, accezione del termine: opera di sostruzione sulla natura che si fa ossessione e che ha precedenti solo in opere come il Ginnasio di Pergamo, il Tempio della Fortuna a Palestrina, il Tempio di Ashepsuth a Luxor.

Un’architettura che spinge un’idea della pianta come impronta, ove sono i pieni a predominare a differenza di in qualsiasi edificio “moderno”; verso un’idea dello spazio come vuoto imbozzolato entro un unico tufo omogeneo.

E dunque Castel S. Elmo come sorta di città in negativo, con strade e piazze: una labirintica città sotterranea misurata dalla precisione e dalla concisione di un’idea architettonica.

Una città analoga (Rossi, ma anche Daumal), ma un analogo “ctonio” della solare (e umbratile) città del golfo, che termina spettacolarmente con un metafisico piano staccato (nel senso di isolato) dal suolo, dalla cui vista è escluso il sublime panorama, accessibile solo dal percorso di guardia. Un piano “diverso”, quello della Piazza d’Armi, anche dal punto ontologico perché esclude il panorama a meno dei suoi oculi e che ha per sfondo unicamente il cielo, il cui accesso principale è una cinematica promenade architecturale … Un “doppio” stavolta – delle due acropoli che ha avuto questa città: un piano laconico su cui galleggiano pochi misurati edifici.

All’interno del Castello si cela invece un percorso macchinoso, una sequenza labirintica di spazi cupi e umidi, sbozzati nel tufo grigio. Uno spazio potenzialmente infinito, intestinale, da carceri piranesiane. E come le carceri piranesiani uno spazio che si può unicamente comprendere se lo si immagina attrezzato da “macchine”, da opere provvisionali temporanee che spiegano il senso e il funzionamento di percorsi e recessi, di oculi e di sale di cui non riusciamo più a scorgere la “ragione pratica”.

Un’architettura misteriosa e antica dunque, che nulla mostra all’esterno del suo interno, ma che anzi lo cela, lo dissimula dietro quella maschera tetragona e impenetrabile con cui si impone alla città, con la sua “geometrica e titanica autonomia”, come “pugno del re cattolico, detestato dal popolo”, come scrive Margherite Yourcenar.

Che è però anche la prova per l’architettura di lavorare all’interno della materia, certi che le tante parti ipogee della città contemporanea (come i parcheggi sotterranei, le stazioni della metropolitana) siano parti effettive, reali e funzionanti della Grosstadt del ventunesimo secolo.

Un’architettura costruita sulla balistica: sulla necessità di far divergere le scariche dell’artiglieria nemica, secondo la lezione di Leonardo Da Vinci e Francesco di Giorgio Martino, i cui lavori Pedro Luis Escrivà ebbe la fortuna di vedere da militare ad Urbino tra il 1528 e il 1534.e sulla possibilità di tenere sotto tiro la città che avrebbe dovuto difendere.

Strane ricorrenze: Pedro Luis Escrivà artigliere, proprio come Doxiadis, cui dobbiamo nel Novecento le affascinanti ricostruzioni delle acropoli greche basate su una balistica dello sguardo…

Un’architettura costruita sul puntamento, come una grande macchina ottica in cui le traiettorie dei proiettili rappresentano le visibilissime relazione con alcuni luoghi notevoli della città, dai traguardi – oculi e varchi – che si aprono drammaticamente nella mutazione tufacea, che fa di questo monumento una sorta di fuoco fisso di tutti i punti di vista possibili sulla città, della geometria degli sguardi, una sorta di panoptikon sul diorama napoletano.

E come tutte le grandi architetture militari lascia intravedere l’adeguatezza nell’intrecciare forma e questioni d’uso.

L’ORGANIZZAZIONE DEGLI SPAZI

Da un punto di vista morfologico la nostra proposta progettuale assume questo triplice carattere dell’architettura del castello:

1) E’ un’architettura costruita sugli spessori murari

2) E’ un’architettura sostanzialmente ipogea

3) E’ un’architettura costruita sui punti di vista della città

Dalla lettura del DPP si deduce che il Committente intende poter disporre in maniera estremamente flessibile degli spazi a disposizione. La nostra proposta progettuale assume questo dato e lo porta alle estreme conseguenza.

Il principio su cui è costruito è di poter utilizzare per il pubblico tutti gli ambienti a disposizione. Per far ciò costruisce nei locali (più ampi) a quota Piazza d’Armi una dorsale di servizi lunga quanto tutta la dimensione del manufatto (fatte escluse ovviamente le logge) e larga max 1.20m, posta a quota +0.40 rispetto al calpestio delle sale. In questo lungo recesso, in questo ispessimento della struttura muraria, vengono alloggiati tutti gli ambienti di servizio (spogliatoi, bagni, depositi, scale, impianti, vani tecnici) e tutte le attrezzature impiantistiche. Questa parte che trasuda al piano inferiore, verrà decorata da un artista napoletano, conferendogli un carattere di preziosità.

Ciò permette di creare una sorta di grande plan libre che garantisce una certa indifferenza funzionale, aumentata dalla possibilità di compartimentare i singoli ambienti che possono dunque essere assoggettati a fruizioni (e a gestioni)anche molto diverse.

Si è in una logica pienamente compatibile come si diceva con la morfologia dell’architettura del Castello che come intelligentemente scrive Gianni Fabbri – si presenta già come “una grande murazione attrezzata”.

L’intervento proposto permette di fare di questi locali del Castello delle sale che possono funzionare in perfetta autonomia dal resto delle attività lì presenti, pur essendo profondamente innervate ad esse dal punto dei vista dei flussi e dei percorsi.

Degli ambienti “neutri” a cui attualmente il programma gestionale del Castello assegna il ruolo di Punto di Ristoro, necessità che potrebbe cambiare sul lungo periodo.

Per questa precisa caratterizzazione funzionale si propone una grande “Macchina”, una rielaborazione concettuali degli “ordigni” leonardeschi.

Essa è presente in ogni sala, sorta di scrigno sospeso da terra di 0.40m che porta a ribalta tutta la dotazione tecnica (i piani dei tavoli), contiene al suo interno espositori per libri, cataloghi, oggetti, foto e monitors, permette l’impilaggio delle sedute, porta le tecnologie (bocchette dell’aria condizionata, illuminazione, dorsali impiantistiche e cablaggi).

“Macchina” che una volta richiusa rende di nuovo liberi gli ambienti oggetto dell’intervento e dunque in grado di assicurare quella flessibilità richiesta dal Committente.

La disposizione della dorsale dei servizi lungo il lato adiacente alla Piazza d’Armi comporta la possibilità di ventilare e illuminare direttamente questi locali, mentre le sale possono godere di un’illuminazione artificiale appositamente studiate e controllata (vedi progetto illuminotecnico), o di una diretta zenitale attraverso dei canon a lumiere (così come sono illuminati tutti gli ambulacri del castello), che nel corso del giorno segnano lo scorrere del tempo in questi ambienti e la notte proiettano dei fasci luminosi nella notte napoletana grazie ad un sistema appositamente studiato.

La condizione singolare degli ambienti destinati a punto di ristoro di Castel Sant’Elmo è di non avere nessun affaccio sulla città, pur essendo situati sul luogo più panoramico di Napoli. L’effetto di straniamento è analogo a quello prodotto in un celebre progetto di Le Corbusier: l’Attico Bestegui.

Anche nella nostra proposta progettuale vengono riportati all’interno dei locali viste e scorci della città, primi piani non direttamente visibili neanche dal cammino di guardia. Per far questo ci serviamo di periscopi elettronici che rimandano queste immagini su una sequenza di schermi posti lungo tutta la lunghezza del lato nord degli ambienti in oggetto che diventano una sequenza di finestre virtuali sulla città.

Sequenza che non si interrompe neanche nella loggia centrale, protetta da un vetro su cui di notte verranno proiettati- e in una sorta di ribaltamento concettuale saranno visibili in tutta la città – immagini dell’interno del castello e delle mostre in programma, video-arte o anche spot pubblicitari, come se si trattasse di una sorta di occhio elettronico di questo grande animale acquattato sulla collina del Vomero. In un ipotetico terzo lotto si prevede di realizzare un grande oculo meccanico che permette di vedere sospesi nel vuoto il panorama e l’architettura del Castello.

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