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Napoli (NA), Italia

Mise En Abyme

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Concezione architettonica generale: idee di base

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Tavola 1

Il progetto si basa essenzialmente su due idee.

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Tavola 2

La prima idea riguarda il suo impianto (i significati che trasmette attraverso l’impianto) ed è fondata sull’idea di scavo: tende cioè a dar forma al progetto portando alla luce i significati impliciti all’atto dello scavo, come atto costitutivo e preminente del progetto. Tende cioè a esaltare il valore primario delle masse di terra spostate (o erose) o degli strati di tempo – e di materia – sezionati, facendone il valore primario di una parte del progetto (normalmente l’atto dello scavo è considerato preliminare e del tutto strumentale rispetto ai significati dell’edificio). Tende inoltre ad esprimere l’idea del diseppellimento – di ciò che è nascosto, celato, seppellito appunto – o semplicemente implicito (come un prigione di Michelangelo).

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Tavola 3

La seconda idea riguarda invece il sistema decorativo della piazza (ma non è secondaria né “decorativa” rispetto a questa) e attiene al significato dell’opera che essa, in primo luogo, celebra e da cui il progetto stesso è originato: l’Anfiteatro campano. Questo straordinario monumento (che dà forma all’idea stessa di monumento come edificio che ha avuto la capacità di agire nel tempo e nello spazio facendosi tempo e spazio e segnando di sé la Storia e il territorio) ha proiettato, com’è noto, intorno a sé, in epoca medioevale, una miriade di frammenti scultorei per lo più incorporati tra le mura di Capua – tra i suoi mattoni e le sue malte, usati non come semplice materiale da costruzione ma come frammenti muti dello spirito –. L’Anfiteatro vero quindi (quello materiale e quello poetico, dello spirito) non sta solo nei resti costruttivi o fantasmatici di S. Maria (come ci appaiono tra i filari dei suoi campi), ma in un più vasto territorio, in cui ha disseminato i suoi resti: è murato nella Capua medioevale. L’idea è quella di segnare, nella pavimentazione della nuova piazza, una mappa di Capua (è incredibile come la sola collocazione di questi frammenti riesce a disegnare la stessa mappa di Capua) riportando su di essa i punti in cui è celata la miriade di frammenti presenti nella città di Capua (ci si è basati sul libro di Filangieri e Pane “La città di Capua”). Ciò da un lato porta alla luce il significato e la natura vera del monumento, collegandolo al suo territorio, dall’altro porta alla luce il nesso che lo lega a Capua, muovendo il turista (ognuno di noi) alla lettura di un più vasto ambito. Una iscrizione espliciterà il significato della miriade di dischi di pietra disseminati nella pavimentazione.

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Obbiettivo generale: La piazza come collegamento tra la città e l’Anfiteatro

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La nuova piazza, della nuova Santa Maria (una Santa Maria della cultura in cui non abbiano più cittadinanza abusi e violenze di ogni tipo: una Santa Maria che volti pagina), assume l’Anfiteatro (e il suo parco) come suo preminente bene e significato, facendone il nucleo non soltanto dei flussi di visita turistici ma della vita sociale della città. La piazza da marginale e periferica (ritrovo di quartiere) diventa centro in cui convergano passato (reperti urbani di cultura contadina, museo archeologico all’aperto) e modernità (flussi turistici globalizzati), vita privata quotidiana (piazza civica) e vita pubblica (si prevede la trasformazione d’uso a funzione pubblica, amministrativa o culturale, del maggior numero possibile di edifici privati – v. punto 3.8). La qualità architettonica dell’intervento, la sua cura, diviene elemento determinante di questo programma di rinnovamento e di integrazione (in primo luogo: integrazione dell’anfiteatro – e dei suoi valori – nella cultura della città e nella mente dei suoi abitanti).

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3.1 Conservazione a vista delle strutture dell’anfiteatro dell’età repubblicana.

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3.2 Conservazione a vista delle strutture seicentesche

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Particolare della piazza con l'ingresso all'area archeologica

Si sono seguiti i dettami del bando, prevedendo il completamento dello scavo della metà orientale dell’anfiteatro repubblicano, eliminando il tratto nord della strada che circonda la piazza , in modo da ristabilire il collegamento tra i vari settori.

L’area di scavo delle strutture seicentesche viene ampliata, sia per ricollegarle all’accesso che alle altre strutture d’età repubblicana. Il livello seicentesco viene individuato come primo livello archeologico di lettura, a partire dall’epoca odierna. I resti della grande fornace vengono protetti attraverso una superficie vetrata a struttura in acciaio reticolare (parzialmente protetta per ridurre i rischi relativi all’irraggiamento solare). Sembra opportuno portare alla luce i settori di strada seicentesca superstiti ed altri eventuali reperti. Il materiale eventualmente reperito potrà essere collocato all’interno dell’edificio dell’ingresso, rispettando il piano dello strato relativo.

3.3 Spostamento dell’ingresso all’area archeologica

3.4 Progettazione dell’ingresso e dei locali per i servizi di accoglienza

L’ingresso all’area viene posto al limite sud dell’area archeologica, in posizione adiacente alla strada. Ciò permette: 1. di presentare in successione temporale i due anfiteatri (repubblicano e imperiale) senza allungare eccessivamente il percorso di visita, permettendo nel contempo con facilità l’accesso alla fornace seicentesca (e al suo livello); 2. di direzionare il percorso di accesso (e il relativo edificio) in asse con l’Anfiteatro imperiale, puntando visivamente all’uscita su di esso.

L’edificio dell’ingresso viene sostanzialmente allocato, interrato, alla quota del livello archeologico di uscita (- 3,50), facendo fuoriuscire una parte fuori terra (lateralmente vetrata) quel tanto che basta per non ostacolare la libertà della vista dell’Anfiteatro dalla piazza (un’altezza di m. 1,80-2,00, pari alla recinzione attualmente esistente, si ritiene perfettamente compatibile).

L’edificio dell’ingresso si costituisce architettonicamente attraverso la sezione operata nel terreno. La discesa al sistema degli Anfiteatri, avviene, scendendo nel terreno, come in un pozzo del tempo, fiancheggiando i suoi vari strati: dal livello del piano di calpestio, di oggi, al livello cinque-seicentesco con la sua fornace e la sua strada (livello che si intende ampliare e intravedibile, scendendo, attraverso un taglio nella parete); fino al livello degli anfiteatri d’età repubblicana e imperiale, e quindi al terreno vergine (che può intravedersi dall’alto, dall’atrio di uscita: il punto di azzeramento).

Funzionamento dell’edificio:

Il sistema è organizzato attraverso un doppio intervallo spaziale, di cui quello minore (circa 2,30 di larghezza) destinato ai servizi e alle funzioni di supporto, quello maggiore (circa 2,80 di larghezza) al pubblico e ai relativi spazi di raccolta e di transito.

Biglietteria/informazioni e funzioni connesse (bookshop, vendita gadgets, ecc.) sono organizzate in un unico grande bancone, alla quota dell’accesso inferiore. Lateralmente i servizi connessi (wc e guardaroba per il personale, un ufficio di appoggio, un piccolo deposito. Si reputa non utile distinguere lo spazio delle informazioni turistiche, da assolvere nel medesimo bancone.

La scalinata di discesa è molto ampia e ha passo tale da non necessitare di riposi intermedi; essa è distinta in due parti, una destinata alla discesa vera e propria, l’altra organizzata come gradinata per la sosta e l’attesa di gruppi – eventualmente con proiezioni di immagini su uno schermo posto in alto – con sedute su cuscini posti sulle gradinate (la cavea su cui si scende appartiene alla cultura classica e si è proiettata in età moderna in molteplici esempi: si veda la splendida scalinata-Sala consiliare del Municipio di Peutz a Heerlen, 1938). Una serie di “tornelli” permettono il passaggio alla (dalla) sala di uscita totalmente aperta sulla vista dell’Anfiteatro. Parte della pavimentazione di questa è sfondata verso il basso fino alla quota del terreno vergine (circa m. 4,50). Il piccolissimo edificio è concepito come un piccolo museo (espone esso stesso): la parete di destra, di scavo, vuol mostrare i suoi strati archeologici, svelando il sistema come strumento di discesa nel tempo. Mensole vetrate con frammenti tratte dagli scavi sono organizzate su tale parete (a partire da questa), con informazioni scientifiche sui diversi strati incontrati. E’ possibile organizzare una vetrina sospesa, a mensole vetrate, che mostri reperti tratti dall’anfiteatro, visibile anche in trasparenza dalla strada attraverso la scatola vetrata del lucernaio d’ingresso. Una pianta della città di Capua, con informazioni specifiche sui frammenti esistenti, riportati all’esterno, nella pavimentazione della piazza, andrebbe inserita nello spazio di atrio.

Trattandosi di uno spazio di transito non se ne prevede la climatizzazione estiva (è invece previsto il riscaldamento invernale). Si intende mettere in opera quegli accorgimenti architettonici necessari (schermatura della fonti solari, soprattutto ad ovest; ventilazione adeguata, ecc.) tali da rendere accettabili le condizioni ambientali estive per chi lavora (è possibile in alternativa schermare con vetrate, almeno in parte, il bancone di lavoro, individuando una zona di lavoro ad aria condizionata).

3.5 Progettazione del verde

3.6 Progettazione degli elementi di arredo urbano

La grande piazza si pone nel contempo come piazza archeologica (quindi destinata a un turismo globalizzato – e che si spera di massa –) e piazza civica (ossia destinata all’uso quotidiano della cittadinanza). Le due sfere non sono separate ma interrelate tra loro: nel suo intero la piazza è archeologica (e come tale entra nel vivo dell’esperienza della città) e nel suo intero è civica (settori di spazi pubblici che si affacciano sugli scavi). La stessa articolazione “a pettine” data al sistema degli spazi esterni serve a segnare tale concetto.

La piazza è organizzata in tre fasce spaziali, integrate e interrelate tra loro: la prima fascia, di testa, caratterizzata da un giardino in parte recluso, è quella di più stretto legame con la città, cui in pieno appartiene; una seconda, di tramite, pavimentata a battuto di tufo e caratterizzata dal racconto dei frammenti, è essenzialmente vuota, come l’originaria piazza sterrata: disponibile ad essere occupata dalle più varie attività (mercato, ecc.) si fa metafisica in assenza di queste; la terza, di accesso all’area archeologica, costituisce lo spazio di accesso e preparazione ad essa e si focalizza intorno all’edificio di ingresso e agli spazi di sosta pensati per il riposo, la meditazione e l’attesa.

La piazza è intreccio di più settori (eventualmente in parte delimitati da recinti aperti di giorno) integrati tra di loro.

Il primo settore è caratterizzato da grandi aiuole a prato, con una parte a giardino, in parte concluso da muri, con grandi panchine organizzate intorno alla nuova vegetazione (una Magnolia purpurea, grande albero di forma arbustiva, una piccola Washingtoniana filifera, una Mimosa) e a vasche d’acqua (a sfioro, con fondo a ciottoli e canali laterali a vista di convogliamento delle acque verso una vasca centrale più bassa). La vasca d’acqua, a T, ha il pelo d’acqua a livello della pavimentazione (cosa permessa dai canali esterni) e gioca un rapporto spaziale e luministico complesso con i muri (di altezza 2,20) e i varchi aperti in essi. Il giardino parzialmente murato, così definito e destinato alla prima e alla terza fascia di età, funge da punto di legame con la scala minuta della città, cui si apre.

Il secondo settore è invece caratterizzato da un grande spazio aperto, pavimentato a battuto di tufo, disponibile alle più molteplici attività (mercato, attività culturali spontanee, manifestazioni pubbliche, attrezzature provvisorie per anziani o bambini se ritenute più utili dalla comunità, ecc.) secondo la logica della piazza come spazio disponibile. Questo settore (come il successivo) è caratterizzato dal reticolo dei dischi di pietra annegati nel battuto di tufo, di cui al punto iniziale.

Il terzo settore (fascia a ridosso dell’area archeologica vera a e propria) è invece spazio di preparazione e di attesa rispetto all’area archeologica ed è focalizzata sull’ingresso agli scavi, su panchine e spazi esterni di sosta (attese per l’ingresso, gruppi, tempi di riposo e meditazione) per lo più incassati nella pavimentazione (la prospettiva che si individua tende a stagliare l’Anfiteatro su un piano in pietra sostanzialmente unitario e libero da ostacoli, come un unico, forte orizzonte. Una grande scritta in greco sarà incisa sulla pavimentazione in pietra, a grandi dimensioni: EN DIAFERON EAUTÒ. Questa frase, di Eraclito, assunta da Holderlin cone definizione stessa della attività di enucleazione poetica (e tradotta come “l’Uno che si distingue in se stesso”) vuol definire alcune cose: 1. L’assunzione della cultura antica, espressa nell’Anfiteatro, come base; 2. La natura dell’Anfiteatro come opera e paradigma (l’Uno, appunto, che si enuclea in se stesso); 3. L’assunzione di questo principio come base del progetto attuato (o a compiersi). La sua assunzione indica da parte della cittadinanza un patto con il monumento (con la cultura e con la storia che esso esprime), quindi col suo passato: di assumerlo come base del presente e quindi di costruzione del proprio futuro.

L’ultimo settore (parte di terreno non scavato interno all’area archeologica ma accessibile dalla strada) presenta una piantagione di rose centofoglie (pianta di cui era ricca l’Antica Capua e da cui si produceva, in loco, un rinomato profumo dell’Antichità).

Il progetto e il contesto archeologico

Sulla base delle vicende storiche di Capua antica, il progetto è stato concepito in modo da rispettare eventuali preesistenze nell’area conservata come piazza in età contemporanea, ai limiti meridionali della quale corre il tracciato della via Appia. Il collegamento ideale tra la città e le sue memorie si è quindi attuato nella suddivisione in settori, con orientamento astronomico, della parte meridionale dello spazio della piazza: in particolare si è voluto riportare, in un tracciato in scala, la diffusione dei frammenti di spoglio riutilizzati nella Capua moderna, e il ricordo di una delle principali produzioni capuane, ovvero quella dei profumi, in un lembo di coltivazione di rosa centifolia. Le scelte di sistemazioni a verde sono state riportate ovunque alla necessità di non inserire piante, ad alto fusto e ampio apparato radicale, in modo traumatico per eventuali strutture nascoste, in una zona che, come è noto, presenta una stratigrafia estremamente compressa e già definita, dal continuo utilizzo degli spazi e del minimo spessore di terreno, anche solo in brevi lembi di battuti. Ugualmente la dislocazione degli ambienti di ingresso del pubblico, parzialmente interrati e posti nella fascia più prossima agli attuali filari di tigli, è stata effettuata in quanto, pur mantenendo l’efficacia di apertura principale dell’area archeologica verso la città, probabilmente interesserà una zona la cui stratigrafia almeno in ultimo è stata già intaccata dagli impianti dei tigli stessi. La nuova definizione dello spazio dell’area archeologica è naturalmente incentrata sullo scavo, ad area, delle strutture dell’anfiteatro più antico, che fu raso al suolo poco prima del completamento dell’edificio successivo, e che probabilmente costituisce uno dei primi esempi di struttura costituita da una cavea ellittica (Johannowsky); è sembrata particolarmente interessante sia la verifica della pianta dei setti radiali ed ellissoidali da cui il terrapieno è sostenuto o sui quali si impianta, sia una esplorazione dell’area obliterata da questi, anche se probabilmente integralmente utilizzata dalla necropoli. Si è pensato inoltre alla possibilità della conservazione, e quindi al ritrovamento, nei lembi di stratigrafia ancora utile, del collegamento tra queste e le strutture del grande edificio circolare ritrovato nella zona O che, a giudicare dai rifacimenti eseguiti, sono vissute per lungo tempo. La sistemazione dell’area in età moderna con l’impianto della fornace, che continua una tradizione di tipo artigianale esistente in questa parte della città almeno da età ellenistica, sarà comunque nettamente suddivisa dalle evidenze di epoca precedente.

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