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Belluno (BL), Italia

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Premessa: Con la progettazione di una cappella interna all’Ospedale San Martino di Belluno si propone lo studio di un piccolo edificio di culto, adatto sì alla celebrazione delle funzioni religiose, ma pensato principalmente come luogo per il raccoglimento e la meditazione degli ospiti della struttura ospedaliera e dei loro visitatori: un posto per l’anima sempre aperto e facilmente accessibile da tutti, per la preghiera al di là delle differenti convinzioni religiose.

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Programma funzionale: Il rispetto dei vincoli dovuti alla particolare conformazione dell’area scelta per l’intervento (un angusto cortile situato al centro del complesso edilizio del nosocomio, delimitato sul lato nordovest dal corpo a due piani dei corridoi di servizio e sul lato sudest dal volume a nove livelli di piano dell’edificio principale) e dei dettami dei canoni liturgici, che impongono la posizione dell’altare versus populum, del tabernacolo posto tra l’aula e la sagrestia, dell’ambone, della sede del celebrante e dei concelebranti, hanno informato dal principio l’attività di progettazione.

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Il progetto: date le condizioni al contorno, la cappella è stata pensata non come un volume da giustapporre tra quelli degli edifici esistenti, bensì soprattutto come un interno: lo spazio dell’aula è determinato dal dispiegamento di superfici variamente inclinate, che si adattano a riempire parzialmente il vuoto a disposizione conformandosi ai limiti previsti dal programma funzionale del concorso, quali la non tangibilità delle aperture sulla facciata del fabbricato più alto, il mantenimento della funzionalità dei locali seminterrati e della residua area all’aperto destinata a luogo di sicurezza in caso di incendio.

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Il rapporto tra l’interno della cappella e l’esterno si traduce, in questo caso, in quello privilegiato tra l’interno dell’aula e l’interno del corridoio, da cui si accede all’aula stessa, mentre quello con le preesistenze degli edifici circostanti è chiaramente rifiutato, cercando una decontestualizzazione volontariamente sia materica sia metaforica.

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Alla piccola chiesa si accede dal corridoio del piano terra lungo il quale una sequenza di segnali, estranei al mondo della sanità, sulla parete di contatto tra la cappella e il percorso di servizio, ci indica la presenza del culto, altrimenti invisibile, oltre i setti della tamponatura: il portale, il muro della preghiera, l’accesso alla sagrestia/confessionale sono monemi della parola speranza e intendono invitare i degenti e i visitatori ad entrare per pregare, per cercare e trovare, con la fede, il raccoglimento, la pace e la serenità dell’anima, anche nel momento delle prove più dure e del dolore.

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Entrando si scopre che i tre segnali esterni sono effettivamente dei rimandi degli elementi principali della liturgia: lo spazio interno è attraversato da “fasce” che partendo dal presbiterio, percorrendo il pavimento, arrampicandosi sulle pareti e sul soffitto, proiettano l’altare, l’ambone e il tabernacolo oltre il limite fisico della chiesa portando la parola di Dio – il verbo – fuori.

La cappella, edificata principalmente per un gruppo di persone che si trovano in una situazione di difficoltà, deve suggerire un’atmosfera adatta a calmare e lenire le sofferenze, ad accogliere i fedeli con semplicità, a trasmettere simbolicamente l’annuncio cristiano senza indugiare in decorazioni e particolari inutilmente distraenti e sfarzosi.

Una volta giunto dentro l’aula, il fedele è portato ad una sensazione di vago estraniamento: l’abbandono del presente, del mondo reale con le sue prove e i suoi problemi momentanei o duraturi, è reso architettonicamente attraverso l’assenza di riferimenti cartesiani; gli spazi e le funzioni sono organizzati secondo un asse inclinato rispetto al perimetro del cortile per sottolineare ulteriormente il distacco tra l’ambiente dedicato al culto e quello circostante, e per permettere una migliore e non consueta distribuzione degli ambiti destinati nell’ordine al disimpegno, ai sedili per l’assemblea dei fedeli, ai posti per i fedeli in carrozzella, alle processioni rituali, al presbiterio e alla sagrestia/confessionale.

L’ambiente che accoglie il visitatore è fortemente caratterizzato dalla continuità e dall’unicità dell’involucro che lo definisce: l’aula è delimitata da superfici percepite più come membrane che non come parti di strutture tettoniche, grazie all’uso particolare dei materiali, dei colori, della luce, delle linee sghembe e dei piani inclinati che si inseguono nella composizione architettonica.

I diversi materiali usati (il grès porcellanato fine per il rivestimento delle fasce, indifferentemente steso sul pavimento, sulle pareti e sul soffitto; l’acero sbiancato per le strutture interne delle vetrate, per le pareti laterali e per i pavimenti; il marmo verde tipo “aver” per la parete di fondo del presbiterio), le sfumature dei colori pastello degli stessi materiali (il grigio del grès, il bianco del legno e il verde del marmo), la cura dei particolari e l’attenzione per i grafismi dei pannelli della parete laterale e di quella di fondo del presbiterio con la croce incassata disegnata dalla luce e la “spalliera” indicante la presenza della sede del celebrante e dei concelebranti, l’articolazione e il ritmo delle membrature, tutto concorre affinché gli elementi compositivi si succedano senza soluzione di continuità nella creazione della suggestione di un ambiente luminoso, avvolgente e rassicurante.

La luce riveste grande rilevanza nella definizione della qualità e del calore da dare all’ambiente: quella naturale, filtrata dagli elementi lamellari interni in legno, pervade in profondità tutti gli spazi attraverso le ampie superfici vetrate; quella artificiale radente e diffusa, grazie alla posizione dei corpi illuminanti disposti lungo i bordi delle fasce in grès, manterrà pressoché costante il livello dell’illuminazione durante tutto l’arco della giornata.

Di sera, altresì, la perenne presenza della luce artificiale crea l’unica occasione in cui è importante anche la percezione dall’esterno e dall’alto dell’articolato volume della cappella che viene trasfigurato fino a prendere le sembianze di una lanterna e il significato di un faro: una guida che rischiari l’oscurità della notte per tutti coloro che si affacciano dalle finestre delle camere di degenza e dei laboratori, per accompagnare i pazienti nella loro preghiera, per rassicurare i medici e i paramedici della giustezza del loro operato.

Il programma iconografico, non oggetto del concorso, sarà posto sulle facce, esposte ai fedeli, dell’altare, del tabernacolo e dell’ambone, e dovrà essere una espressione minimale e dalla simbologia discreta dell’arte contemporanea; il complesso dell’opera dovrà essere preferibilmente composto di scritte, segni, disegni, incisioni, elementi in rilievo che non vadano ad interrompere lo svolgimento delle fasce che, trasformandosi da dispositivi comunicativi di invito esterni alla chiesa, diventano esse stesse chiesa, prima intesa come assemblea (il popolo dei fedeli) e poi come fulcri liturgici facendosi mensa, parola, custodia eucaristica.

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Europaconcorsi cura il servizio di informazione sui bandi di progettazione e la realizzazione del servizio albo-on-line delle seguenti associazioni professionali:

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