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Savona (SV), Italia

Waterfront di Vado Ligure

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Il ruolo di Vado nella pianificazione urbana, territoriale e portuale

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Già oggi Vado è punto di riferimento nel Mediterraneo per i traffici della frutta, del caffè, della frutta secca e di molti altri prodotti – da quelli petroliferi alle rinfuse solide. La pianificazione portuale consolida tale ruolo e prefigura per Vado un ruolo strategico nel sistema dei porti liguri. Ma con quali ricadute sulla città? Se lo scenario che si va delineando conferma una vocazione che risale all’età romana, bisogna tuttavia considerare che, in ogni caso, Vado sarà inquadrabile, sempre più, come il porto di Savona, di cui rappresenta la naturale estensione funzionale. L’evoluzione dei sistemi territoriali indotta dal fenomeno della globalizzazione conduce all’affermazione della dimensione urbano-portuale integrata ed allargata, di tipo metropolitano o addirittura regionale (“area vasta”). In questa prospettiva si comprende come si acuisca il problema del rapporto tra città e porto – rapporto tanto più critico quanto più si allarga il divario tra la scala dell’insediamento urbano storico (preesistente) e quella delle nuove infrastrutture portuali. Sotto tale aspetto il caso di Vado è esemplare: la città si vede oggi letteralmente schiacciata dalla previsione di un’espansione portuale che porta alla realizzazione di una piattaforma multifunzionale (container e rinfuse) della superficie di 22,5 ettari, almeno pari all’estensione del centro abitato. Il PUC mostra di affrontare questo problema con la consapevolezza maturata da un lungo e travagliato percorso caratterizzato dal confronto sia tecnico-amministrativo, sia politico, nelle sedi proprie degli organismi elettivi e con la partecipazione allargata dei soggetti a vario titolo coinvolti. La soluzione risiede, in una parola, nell’imprimere una spinta allo sviluppo della città, tale da riequilibrare il peso dell’espansione portuale: sviluppo non solo in termini quantitativi ma anche e soprattutto qualitativi, ponendo l’obiettivo di un rafforzamento dell’identità sia culturale e storica, come anche ambientale e paesaggistica. Il progetto ha il compito di interpretare questa indicazione, dando corpo e sostanza ad uno scenario che vede la città e il porto crescere insieme, traendo vantaggio da un rapporto equilibrato e sinergico.

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L’ambito di progetto: il fronte urbano-portuale di Vado

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L’ambito “D” è oggi un tipico “vuoto urbano” tra la foce del Segno e la nuova piattaforma portuale. Qui, in questo ambito a ridosso del centro abitato di Vado (da cui lo separa la foce del Segno), andranno concentrati gli sforzi per dare alla città un forte impulso, nella continuità ma senza rinunciare all’innovazione. E’ infatti evidente la necessità di introdurre elementi innovativi e originali, in grado di suscitare interesse e promuovere l’immagine del nuovo waterfront anche all’esterno, nei confronti di un’utenza turistica e comunque non solo locale. L’ambito “D” è tuttavia solo una parte dell’intero progetto, che va visto nel suo insieme e coinvolge, con gli ambiti “C”, “B” ed “A”, l’intero fronte urbano-portuale di Vado, dalla foce del Segno al nuovo terminal portuale a ridosso di Capo Vado. I quattro ambiti sono pensati e risolti volta a volta con riguardo alle rispettive specificità: se il verde e le attività sportivo-ricreative caratterizzano l’ambito “A”, l’ambito “B” si distingue per la spiccata connotazione comunitaria – sorta di “piazza” urbana, teatro della vita di relazione degli abitanti di Porto Vado. Nell’ambito “C” il verde e la modellazione del terreno giocano un ruolo anche sul piano della mitigazione dell’impatto acustico e percettivo della piattaforma. Ma il tutto è pensato e risolto unitariamente, come un percorso che si svolge lungo il litorale inanellando episodi di vario rilievo e importanza: un lungomare che iniziando dal centro di Vado non potrà che finire a Capo Vado, trovando nel forte di San Giacomo la sua logica conclusione.

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Gli obiettivi e il metodo. Il rapporto con la storia

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La definizione dello schema progettuale trae spunto (e si legittima) da una lettura storica del territorio: non solo nell’intento di porre in giusto risalto le testimonianze del passato, garantendone la continuità ma ricercando nella storia i fondamenti critici e culturali, le ragioni stesse del progetto: nessun vero senso può avere il nuovo, che non si riporti all’antico – non nelle apparenze ma nell’essere, non nella mimesi rassicurante e consolatoria ma nella franca, spesso difficile affermazione della condizione del proprio tempo. In che modo? Dalla più generale analisi storica di Vado (che qui si omette per brevità) emerge un dato anzitutto, ed è la natura originariamente acquitrinosa del suolo su cui sorge (ben documentato per la seconda metà del Settecento dalla cartografia del Vinzoni) il moderno abitato di Vado, che a questa data non reca più traccia alcuna del sostrato archeologico, certamente cospicuo, di età romana (I secolo a.C., fino almeno al VI-VII d.C.). In questa “bassura” quasi del tutto prosciugata, che già i Romani avevano almeno in parte bonificato ma che era tornata “umida” in età alto medievale, la cartografia settecentesca lascia intuire la presenza di una ricca economia di villa (orti e coltivi), più all’interno, affiancata alla tradizionale coltivazione della canapa nelle residue “marcite” sulla costa. A ciò si aggiunge la presenza, vistosa e persino ingombrante, dei presidi militari lungo l’arco litoraneo e specialmente sul promontorio di Capo Vado. Segno tangibile, questo, del ruolo strategico di Vado e della rada, a sua volta legato alla mai spenta vocazione di “porto” (propriamente ancoraggio, più che porto modernamente inteso) e snodo logistico dei traffici di mare e di terra. Valorizzare le testimonianze del passato come ad esempio i forti (di San Lorenzo e di San Giacomo) ma soprattutto far rivivere lo spirito dei luoghi – quello sedimentato e nascosto che affiora nel ricordo di cose perdute o comunque definitivamente precluse alla percezione materiale – sul filo di una interpretazione analogica, non banale, in grado di coinvolgere l’immaginario collettivo, inducendo un sentimento positivo di appartenenza: in questo si riassume l’operazione progettuale. Nel nostro progetto gli edifici (specialmente dell’ambito D: la biblioteca, il ristorante-bar, il centro commerciale, i servizi portuali ecc.) evocano e interpretano nelle forme, nelle giaciture, nei materiali, le sottili suggestioni della condizione “sospesa” tra terra e acqua, del protendersi dei pontili verso il mare aperto, dell’immagine di grandi navi arenate sulla spiaggia in attesa di demolizione. E’ tutto un paesaggio che riemerge ed affiora, come in una archeologia della memoria, svelando il nesso necessario tra ciò che è dato e ciò che sarà – a cui solo potrà affidarsi un’operazione ambiziosa come questa, di costruire un nuovo “pezzo” di città.

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Descrizione del progetto. Gli ambiti “D” e “C”

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Si richiamano qui di seguito i criteri che hanno ispirato la definizione dello schema progettuale, con specifico riferimento agli ambiti “C” e soprattutto “D” (quest’ultimo decisamente prevalente nell’economia del progetto). Anzitutto l’ottimizzazione della risorsa suolo. La superficie a disposizione (circa quattro ettari in ambito “D”), relativamente modesta per un programma che si presenta ambizioso, postula soluzioni progettuali volte ad ottimizzarne lo sfruttamento, contenendo la densità edilizia entro limiti congrui rispetto al livello qualitativo cui si tende nel nuovo insediamento. Il che si è ottenuto interrando i parcheggi (con il vantaggio, tra l’altro, di liberare quote preziose di superficie dal condizionamento del traffico veicolare). Non solo, anche alcuni volumi edilizi si sono individuati in sottosuolo, come l’auditorium e la media superficie commerciale. Risultato, altezze fuori terra degli edifici più contenute (massimo due piani), bassi indici di copertura ed ampi spazi pedonali e verdi riservati al pubblico e sottratti al condizionamento del traffico veicolare. Altro criterio fondamentale, la salvaguardia delle visuali verso mare. Al fine di assicurare, in ogni caso, la vista del mare, si sono disposti gli edifici perpendicolarmente alla linea di costa, lasciando tra essi ampi spazi liberi. L’alternanza di pieni e vuoti – edifici e piazze, queste ultime che affacciano direttamente a mare su altrettante piccole darsene a bordo banchina – è alla base di un rapporto percettivo con il mare che si rafforza anche per l’articolazione dell’assetto altimetrico della composizione, che si sviluppa su due diverse quote di sistemazione del terreno: a ridosso dell’Aurelia la quota +4,00 s.l.m. grosso modo corrispondente alla quota del nastro stradale attuale (specialmente a nord, verso l’abitato di Vado), dal lato a mare la quota +1,00 s.l.m., corrispondente alla quota di banchina. Non un piano unico, dunque ma due, onde meglio distinguere un ambito (quello superiore) più legato alla viabilità litoranea (l’Aurelia trasformata in strada locale) e destinato a verde pubblico in logica connessione, al di là del Segno, con gli esistenti giardini – ed uno inferiore, dove più immediato e diretto è il rapporto con il mare. Il “salto” di quota tuttavia non si legge come una separazione, riassorbito com’è dal prevalere, nello schema, degli elementi di raccordo (come la grande piazza che si distende a tergo del forte di San Lorenzo, la cui impronta a terra re-interpreta la figura della settecentesca bastionata stellare). Ma soprattutto forte, sul piano percettivo, è il raccordo stabilito dagli edifici disposti perpendicolarmente al mare, che si staccano dalla quota superiore: protesi questi verso il mare aperto – ponti (o pontili) gettati tra terra e mare – evocano immagini familiari di navi spiaggiate, carcasse senza vita nei cantieri di demolizione attivi a Porto Vado fino a non molto tempo fa. L’articolazione su due livelli determina inoltre le condizioni per una più favorevole percezione dell’orizzonte marino, legata ad un percorso di avvicinamento al bordo banchina che digrada progressivamente verso il mare. Nello stesso tempo gli edifici, nella loro disposizione “verticale”, non precludono ma assecondano, orientandole e definendole, le direttrici visuali a mare.

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Le funzioni e gli spazi

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Da quanto sopra deriva la natura eminentemente pubblica degli spazi che si ritagliano tra i nuovi edifici e si articolano in ambiti pedonali e verdi tra loro concatenati, secondo un disegno ispirato alla “casualità” (solo apparente) della trama spaziale della città medievale, più che all’ordine geometrico ed alla concezione prospettica della città moderna. Con più specifico riferimento agli aspetti funzionali del progetto, l’articolazione su due quote favorisce una soluzione di parcheggi in struttura che, portando i veicoli in sottosuolo (su due livelli, rispettivamente alle quote +1,00 e -2,00, per complessivi mq 18.000 lordi, pari a 600 posti auto circa o, in alternativa, 300 posti auto e 150 box), è in grado di sottrarre l’intero ambito al condizionamento del traffico motorizzato. Una scelta, questa, che senza nulla togliere alla funzionalità degli accessi, si traduce in evidenti vantaggi sotto il profilo della vivibilità e della qualità urbana – di contro a soluzioni di parcheggi a raso, certo meno onerose ma fortemente invasive e tali da condizionare pesantemente le sistemazioni di superficie. Il livello superiore dell’autorimessa, a pari quota con la banchina, è a questa direttamente collegato tramite aperture che assicurano l’accesso pedonale ed eventualmente carrabile (limitatamente alla circolazione veicolare d’emergenza e di servizio). Un primo varco dà sulla piccola piazza allungata tra la biblioteca e il centro commerciale, un secondo sulla grande piazza del Forte (o Piazza delle Feste). La grande piazza (mq 4.800 circa) risponde all’esigenza di uno spazio per pubbliche manifestazioni, spettacoli, concerti ecc.: è la Piazza delle Feste, che si apre a quota +1,00 sul mare ed è racchiusa a monte a mo’ di cavea da gradoni di raccordo con lo spazio pedonale e verde (passeggiata e giardini) a quota +4,00. Attorno alla piazza sorgono gli edifici: procedendo da sud verso nord, la piscina, la biblioteca ovvero centro culturale (con l’auditorium, la scuola di musica e il centro di formazione o UniTre), il centro commerciale con il ristorante-bar, il centro giovani, i servizi portuali con la capitaneria. La piazza, il forte e gli edifici affacciano direttamente a mare, anzi sulla darsena che si ritaglia a ridosso della piattaforma portuale. I servizi e le strutture produttive legate alla cantieristica da diporto, dislocati lungo il bordo della piattaforma, potranno mitigarne l’impatto, graduando il passaggio tra le strutture e le attività pesanti del porto e quelle civili della darsena – connesse queste ultime non solo alla nautica da diporto ed alla cantieristica ma anche alla pesca. La darsena ospita un mix di funzioni, non solo propriamente nautiche ma anche produttive e di servizio, riproducendo quella molteplicità di ruoli e destinazioni (tipica ad esempio della spiaggia di Vado) che vale ad assicurarne la vitalità ed è la premessa ad un positivo rapporto con la città. Ciò nell’intento di allontanare il rischio di un approdo senza vita – parcheggio di barche ormeggiate a banchine deserte, come nei porti turistici avulsi dai contesti urbani. Il legame, sia funzionale sia percettivo, del porto turistico con la città è sottolineato dalla presenza di un molo sottoflutto pensato e risolto come un’appendice a mare della nuova passeggiata lungomare. La ridotta altezza sull’acqua (un metro) non è d’ostacolo alla visuale diretta dalla città verso lo specchio acqueo della darsena. Tra la città e il porto si accorciano le distanze; il porto diventa parte integrante della città. Dal molo sottoflutto si staccano i pontili galleggianti per l’attracco dei natanti (per complessivi 200 posti barca). Oltre alle necessarie attrezzature di servizio, in banchina è prevista una viabilità limitata al transito e alla sosta (breve) dei veicoli autorizzati. Ma, soprattutto, il molo diventa così (riprendendo il tema del pontile come un tema che rimanda alla originaria condizione della città, non meno che al vissuto quotidiano degli abitanti) una vera e propria propaggine della città sull’acqua, un percorso attrezzato con spazi verdi e per la sosta. L’approdo peschereccio si individua più a terra, nella piccola insenatura tra i cantieri e il forte di San Lorenzo. Qui la banchina è stata modellata per porre in giusto risalto il settecentesco forte di San Lorenzo che, nuovamente bagnato dal mare, potrà ritrovare l’originario ruolo di caposaldo territoriale nell’organizzazione dello spazio. Non si è ritenuto di realizzare un vero e proprio mercato del pesce (che avrebbe senso ad un’altra scala e in altre situazioni logistiche, favorite per esempio dalla prossimità di scali aeroportuali e/o nodi autostradali) ma si è pensato più realisticamente ad un mercato informale in banchina, senza necessità di strutture fisse: di fatto, la vendita diretta del pescato allo sbarco, secondo una tradizione ancora viva in Riviera, che riteniamo debba essere ripresa e valorizzata, tra gli elementi che possono concorrere ad assicurare la necessaria vitalità al nuovo insediamento. Già il bando sottolinea il significato anche simbolico della biblioteca, ed il progetto lo conferma: questa struttura sarà protagonista se non assoluta, di primo piano e lo sarà per il messaggio che saprà trasmettere in termini di immagine (e qui l’architettura gioca un ruolo importante, assecondando una tendenza diffusa in Europa e nel mondo), avvalorando una collocazione della città di Vado nel panorama non solo regionale ma nazionale ed europeo (d’obbligo, al riguardo, il riferimento ad Arturo Martini, che a Vado visse dal 1920 al 1933 una fertile stagione artistica). E tale sarà, soprattutto, come istituzione destinata ad accogliere, custodire e tramandare i valori di storia e di cultura che si riassumono nell’identità della città: quel “filo rosso” che si dipana tra Vado romana e la città del terzo millennio – tra le naves onerariae e le moderne porta-container – ed è come un ponte gettato tra il passato e il futuro, tra la storia e il progetto. Essa dovrà fornire gli strumenti utili per una conoscenza della città, del suo mare e del suo territorio (visto anche come sostrato archeologico), anche attraverso percorsi di visita e di lettura predisposti con l’obiettivo di offrire chiavi interpretative e occasioni di approfondimento fruibili dall’abitante come dal visitatore. L’edificio della biblioteca ospita altre funzioni e/o strutture: il centro di formazione che comprende l’Università delle Tre Età e l’auditorium (442 posti), completo di attrezzature di scena e di cine-video proiezione, con l’annessa scuola di musica. Trattasi di strutture che ruotano attorno alla biblioteca, configurandosi nell’insieme come un vero e proprio polo culturale ad ampio spettro. L’organicità del programma funzionale trova conferma nell’organizzazione degli spazi, la cui unitarietà è sottolineata dal sistema di rampe che collega i tre livelli (rispettivamente dell’auditorium con la scuola di musica al piano interrato, della biblioteca al piano terra e del centro di formazione al primo piano), entro il volume a tutta altezza che si sviluppa da quota -4,00 al terrazzo in copertura a quota +10,00 dove, uscendo all’aperto, si può godere della vista panoramica sul golfo, verso Savona (mentre dal lato opposto la vista della piattaforma è impedita dal volume del tetto). All’auditorium si accede dall’ampio foyer illuminato dall’alto dalla luce spiovente dalla grande facciata vetrata a nord, che per dimensioni e caratteristiche spaziali si presta ottimamente per manifestazioni complementari all’auditorium, come ad esempio quelle espositive. Il foyer disimpegna oltre ai servizi per il pubblico ed il personale, la cabina di regia ed i locali tecnici, collegando al lato opposto, attraverso la manica alta delle rampe (con le scale e l’ascensore), ai locali della scuola di musica. In stretto rapporto funzionale, questa, con l’auditorium (in adiacenza com’è con il palcoscenico), se ne avvale come sala prove per esecuzioni di gruppi orchestrali e musica d’insieme, corali ecc.. La soluzione tutta interrata del complesso auditorium-scuola di musica (soluzione per altro comunemente adottata per questo tipo di struttura) è apparsa subito la più conveniente per molti aspetti: anzitutto una maggiore valorizzazione del suolo, perseguibile a pari condizioni di densità edilizia, con più contenuti ingombri visuali (altezze fuori terra degli edifici), cui deve aggiungersi la maggiore predisposizione al controllo acustico ed un più elevato rendimento energetico (termico), con conseguenti minori costi di impianto e di esercizio. Infine, il maggior onere per scavi, muri ecc., anche considerate le condizioni specifiche (prossimità del mare), resta in buona parte compensato dal minor costo delle opere civili (totale assenza di involucro architettonico). Come la biblioteca, anche l’edificio del centro commerciale si dispone perpendicolarmente alla costa, con a fianco (dal lato sud) il corpo del ristorante-bar che avanza sul mare. Il bar è uno spazio passante (aperto sui due fronti contrapposti, assicura la continuità del percorso in banchina (a quota +1,00) e funge da atrio per smistare l’ingresso, rispettivamente, alla galleria ed alla sottostante media superficie tramite due coppie di scale mobili, l’una che sale a quota +4,00 (galleria) e l’altra che scende a -2,00 (media superficie), in tal modo assicurando la complementarietà tra i negozi della galleria e la struttura sottostante, che si richiede per la funzionalità del complesso commerciale. L’accesso al centro commerciale è sia dal parcheggio, uscendo dal livello superiore direttamente in banchina, tra la biblioteca e il centro commerciale, sia dall’ambito pedonale (passeggiata) superiore (quota +4,00), in questo caso attraverso la galleria. Quest’ultima si conforma al tipo della strada urbana – parte a cielo aperto e parte coperta – con ai lati i negozi ed i pubblici esercizi, e conclusa in testata dalla grande parete vetrata che offre un suggestivo affaccio a mare, sull’animazione delle banchine e del porto turistico. Anche il ristorante-bar vive della vita della banchina e della darsena. Letteralmente proteso sull’acqua e d’altra parte saldamente radicato a terra, si anima della suggestione di un contatto ravvicinato con l’acqua, che a sua volta rinvia alla condizione sospesa (sospesa tra solido e liquido, tra terra e acqua) che si materializza nel gioco delle immagini riflesse. La copertura, lievemente “ondulata”, si stacca dalla passeggiata (a quota +4,00) e si alza molto dolcemente, per poi nuovamente digradare: di fatto un’appendice del lungomare, una digressione che offre l’occasione per una sosta (con vista) nello spazio esterno (dehor) del sottostante ristorante-bar – cui si collega mediante corpo scala e relativi impianti di ascensore e montacarichi. In posizione un po’ più defilata rispetto al nucleo di edifici fin qui descritto, stretto intorno alla piazza e al forte di San Lorenzo, sorgono rispettivamente a sud e a nord la piscina e il centro giovani, mentre i servizi portuali con l’ufficio di capitaneria – pure a nord nello schema – si collocano alla radice del molo di sottoflutto, in logico rapporto con la struttura portuale. Anche la piscina, come gli altri edifici, si pone a cavallo delle due quote +1,00 (banchina) e +4,00 (passeggiata) dalle quali si accede, rispettivamente, alla vasca (e relativi servizi) ed alla caffetteria posta al piano superiore (con la tribuna per gli spettatori che dà sulla vasca sottostante). La vasca, m 25×16,80×2 di profondità, è omologata per le gare di nuoto in vasca corta con otto corsie da m 2 nonché per la pallanuoto (maschile serie “C” e “D” e “giovanili” e femminile serie “A”) e per il nuoto sincronizzato (categorie esordienti). D’estate, la vetrata apribile consente di estendere lo spazio a bordo vasca a tutto l’ambito esterno di pertinenza a quota +2,00 – sopraelevato quindi rispetto alla banchina e pavimentato in legno, trasformando l’impianto sportivo in una vera e propria struttura balneare attrezzata con solarium.

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