Tavola 01
© Co.Mi.Ur. . Pubblicata il 12 Marzo 2009.
Oggi e qui.
Tavola 02
© Co.Mi.Ur. . Pubblicata il 12 Marzo 2009.
La giungla, la fabbrica, il Monviso e la campagna. Un’analisi con una metafora
Tavola 03
© Co.Mi.Ur. . Pubblicata il 12 Marzo 2009.
Due temi L’area delle Casermette rappresenta un caso di massimo interesse all’interno di almeno due temi, entrambi cruciali nel dibattito sulla gestione del territorio contemporaneo. In primo luogo, il suo carattere di sito militare in disuso colloca la zona entro il dibattito sul recupero delle aree dismesse. In secondo luogo,r la prossimità a una zona industriale attiva, a una campagna ancora agricola e a due insediamenti residenziali tra loro eterogenei caratterizza l’area come luogo di frontiera rispetto al tema della progettazione sostenibile, dove la sostenibilità è il paradigma attraverso cui affrontare l’elevato potenziale di centralità e quindi di complessità che le Casermette presentano. Un potenziale dato dalla necessità di mediare – fisicamente – tra le esigenze di realtà e funzioni tanto diverse e d’altronde tutte da considerare come risorse del territorio di Rivalta.
© Co.Mi.Ur. . Pubblicata il 12 Marzo 2009.
Casermette si presenta oggi come recinto chiuso, dai confini ben marcati su tutti i lati che ne definiscono la forma. Nella sua inacessibilità mantiene paradossalmente un forte carattere unitario, di giungla in parte urbana e in parte suburbana, e proprio questa unitarietà finisce – anche nelle attuali condizioni di abbandono – per evidenziarne la centralità davvero singolare.
Planimetria
© Co.Mi.Ur. . Pubblicata il 12 Marzo 2009.
Cinque paradigmi
Tracciati di progetto
© Co.Mi.Ur. . Pubblicata il 12 Marzo 2009.
Bastano delle brevissime descrizioni per evidenziare quanto siano paradigmatici gli insediamenti limitrofi, anche a una osservazione distratta. 1) A sud-ovest il grande recinto di Fiat e Avio rappresenta passato presente e futuro della vocazione produttiva di Rivalta, un monumentale complesso di stabilimenti che incarna in maniera esemplare la concezione fordista di insediamento industriale, con la sua matrice rigida, imposta al territorio. 2) A sud est la frazione Tetti Francesi, con il suo profilo frastagliato e il suo tessuto denso è un esempio chiarissimo, anche nelle soluzioni edilizie, della crescita per frammenti tipica dei decenni sessanta e settanta. 3) A est la zona Ceria Isolpak incarna di nuovo, anche se a scala minore, la chiusura del recinto industriale, pur offrendo con la sua collocazione d’angolo una quinta di valore urbano, particolarmente evidente nell’affaccio su via I Maggio. 4) La zona a nord-est, oltre via Carignano, offre un cannocchiale visivo su un brano pregiato di campagna, ancora in grado di restituire l’immagine preindustriale delle terre di Rivalta, in modo particolare attraverso il complesso di Cascina Carrozzero. 5) A nord ovest, infine, il complesso recente di frazione Gerbole, con le sue villette indipendenti, non fa altro che offrire un esempio emblematico di brano autonomo di città diffusa, con una maglia insediativa e una tipologia edilizia di nuovo imposte al territorio. A fronte di questo eterogeneo abaco di tipologie insediative, e davanti a un territorio che può ancora evitare di naufragare nello spreco, nella casualità e nella estraneità delle soluzioni e dei modelli di edificazione, la zona di Casermette non può tuttavia che essere descritta come un recinto. Un recinto al cui interno non è possibile leggere delle tracce, o meglio ancora non appare interessante farlo: se delle tracce esistono, queste sono meramente legate ai meccanismi dell’attività militare, estranei per antonomasia al territorio circostante. Come punto di partenza, allora, non rimane altro che descrivere l’area delle Casermette con una metafora – la più scontata, ma anche la più appropriata -: quella appunto della giungla, con i suoi templi di calcestruzzo abbandonati e invasi dalla vegetazione. Un recinto speculare a quello della fabbrica, a sua volta metafora di estraneità fisica all’intorno e, a sua volta e in un altro modo, giungla, ancorché vitale. Rispetto al quadro del paesaggio, la campagna, in molti punti scomparsa ma in altrettanti ancora visibile, rimane quindi il dato più reale, più concreto, a cui appoggiarsi, insieme a un riferimento visivo che ovviamente non si può non considerare, quello delle Alpi vicine, con il Monviso sullo sfondo, verso sud ovest, proprio dove punta la bisettrice dell’area delle Casermette.
Domani e (non solo) qui
Il bosco, le tettoie, il Monviso e la campagna. Un racconto per oggetti Le 3 mani del logo: le palme sono rivolte in alto a raccogliere il sole, le dita si aprono tra gli alberi verso le frazioni vicine e verso l’area antistante la fabbrica, mentre i pollici indicano il corridoio verde per Rivalta; lo spazio della piazza centrale viene circoscritto e protetto
Un allargamento di visuale e di visione
La proposta prende le mosse da un allargamento di scala al territorio del comune di Rivalta. L’obiettivo è quello di saldare l’area di Casermette non solo alle vicine frazioni di Tetti Francesi e Gerbole ma anche di collegarla all’abitato storico del comune attraverso un sistema di corridoi verdi che, a partire dalle rive del Sangone e quindi dal parco fluviale, proseguano nella fascia di suolo che si proietta dal sito di concorso verso nord est. Una fascia pregevole per posizione (percorrendola da Rivalta, il Monviso è proprio sullo sfondo) e ancora caratterizzata, in molti tratti, da porzioni di paesaggio agricolo. Il dispositivo di corridoi verdi, oltre a garantire dei percorsi “slow”, a bassa intensità – pedonali, ciclabili, per passeggiate a cavallo – funzionerebbe anche per segnare e stabilire una serie di aree non edificabili: i filari alberati sui margini degli assi di attraversamento costituirebbero non solo delle quinte in grado di vertebrare il territorio a partire dalla stratificazione delle tracce esistenti, ma, soprattutto, rappresenterebbero delle dighe verdi al consumo del suolo. Il progetto attualmente in dibattito, per la creazione di un percorso di natura e cultura attraverso due luoghi chiave del sistema delle residenze sabaude a sudovest di Torino – Stupinigi e Venaria Reale –, non fa altro che rafforzare questa ipotesi, suggerendo proprio il tratto di campagna tra l’abitato storico di Rivalta e le Casermette come necessaria e rilevante porzione del percorso stesso. Il sistema dei corridoi verdi fornisce, alla scala dell’area di concorso e attraverso le sue assialità e il suo orientamento, una matrice che genera i luoghi chiave del nuovo quartiere: innanzitutto la grande piazza centrale, che è il punto di attestamento dei percorsi e che si trova in posizione baricentrica tra Gerbole e Tetti Francesi, proprio in corrispondenza di cascina Carrozzero, con cui stabilisce un legame fisico e simbolico attraverso una lunga tettoia con scavalco su via Carignano. Dietro la piazza centrale, verso l’area Avio, gli assi dei corridoi verdi proseguono, definendo la giacitura di una serie maniche che creano un sistema di corti aperte, tra loro collegate. Nella definizione delle modalità insediative del nuovo quartiere, interviene quindi un sistema di assialità locali, per cui – attraverso un processo di rotazione in tre fasi – la giacitura dei due lati di Casermette verso Tetti Francesi e verso Avio genera i percorsi di attraversamento del quartiere, una sorta di circonvallazione della piazza centrale. Il sistema di maniche che si viene in questo modo a ottenere, consente poi di suggerire dei collegamenti in asse verso l’area del mercato di Tetti Francesi e verso l’ingresso di Avio. Si tratta di un sistema rigoroso; gli assi forniscono così – sul piano fisico come simbolico – i binari della trasformazione. Come un macchinario industriale, il disegno per Casermette deve rispettare modi, tempi e fasi. E un disegno d’impianto rigoroso è il miglior dispositivo per ottenere l’agevole suddivisione in lotti del nuovo quartiere, i cui singoli componenti possono anche vivere una vita indipendente, prima che l’assieme sia concluso.
E se fosse Juvarra?
Una volta stabilito per deduzione l’impianto del nuovo complesso, con i suoi pieni e i suoi vuoti, si tratta di allargare la visione non più oltre i confini dell’area di Casermette ma oltre il concetto tradizionale di quartiere suburbano. La sostenibilità – chiave di lettura al progetto offerta dall’ente banditore – induce un ribaltamento dei termini del rapporto tra il concetto stesso e l’architettura. Non si tratta cioè di pensare prima gli edifici e poi la sostenibilità ma, al contrario, prima la sostenibilità – anche economica – e poi gli edifici. La proposta interpreta allora il tema in primo luogo come un progetto di infrastruttura: lungo le tracce che definiscono l’impianto dell’insediamento sorgono delle tettoie, sostenute da portali tutti uguali; le falde delle tettoie (quasi tutte orientate secondo la giacitura classica delle cascine della zona) offrono un sistema continuo e quantitativamente rilevante per il posizionamento di pannelli fotovoltaici. Il nuovo quartiere nasce in primo luogo come area per la produzione di energia sostenibile, mentre in un secondo momento le strutture della “centrale fotovoltaica”, si offrono come dispositivo per la produzione – anche – di una sostenibilità sociale, i cui elementi generatori alla scala dell’architettura vengono individuati in un modello insediativo e tipologico non lontano dalla zona. A breve distanza dall’area di Casermette, in direzione est, sorge il complesso settecentesco e iuvarriano di Stupinigi con l’eccezionale sistema – ancora vivo e attivo – delle quinte dei rustici che fiancheggiano l’asse di arrivo da Torino alla Palazzina di Caccia. Con i loro fronti lunghi e bassi su strada, le corti interne semi-aperte, il rigoroso collegamento a un disegno territoriale e gli spazi variati e a scala umana creati dagli arretramenti dei fronti, le cascine offrono un sicuro esempio di corretto inserimento ambientale e di efficace creazione di un sistema di spazi pubblici e semipubblici: se sotto le tettoie fotovoltaiche ci fossero le cascine di Iuvarra, e se la funzione della Palazzina fosse assunta – pur con modalità diverse – dalla piazza centrale? La sostenibilità discenderebbe così non solo dalla tecnologia ma anche dalla storia, quella di un’architettura locale che rappresenta peraltro un caso di riconosciuto valore paradigmatico. E, peraltro, leggere Stupinigi per individuare le linee guida di un nuovo insediamento residenziale è una operazione già effettuata (e rivendicata), in un episodio di primo piano nella storia dell’architettura e dell’urbanistica italiane, quando nel 1949 Giovanni Astengo individuò proprio nel sistema dei rustici iuvarriani il modello per il quartiere InaCasa di Falchera, a nord di Torino. Rileggere Iuvarra, a distanza di oltre cinquanta anni è quindi – naturalmente – un’occasione per rileggere, anche, il lavoro di Astengo, e con questo quello di una scuola torinese che continua a offrire spunti vitali. Al di là della loro funzione infrastrutturale, le tettoie richiamano poi – alla scala territoriale – un elemento architettonico famigliare e stratificato nei paesaggi piemontesi, nell’architettura anonima della cascine come in quella d’autore (per questo secondo filone, un caso per tutti: Roberto Gabetti e Aimaro Isola a Bagnolo Piemonte, nella piazza della chiesa parrocchiale). Le tettoie assumono dunque, a tutti gli effetti, il ruolo di chiave di volta dell’intero sistema: il nuovo quartiere può essere descritto per oggetti, la cui posizione rispetto al sistema di riferimento offerto dalle tettoie consente di distinguerli e descriverli, oltre che suggerire l’ordine logico secondo cui procedere con la loro costruzione. In questo modo le tettoie diventano non solo dei binari che stabiliscono il “dove” dei componenti del progetto, ma anche il “quando” degli elementi costruiti.
Vivibile/componibile/sostenibile
Sotto le tettoie, a partire dalla suggestione di sostenibilità offerta da Stupinigi, il progetto prevede una grande flessibilità alla scala dell’architettura, con una modalità contraria all’impianto forte delle quinte, alla scala del quartiere. Il passo di 5 metri dei portali che reggono le falde fotovoltaiche è pensato per offrire un modulo che può vivere in maniera autonoma, come in maniera aggregata. L’altezza dei piedritti, 10 metri nella manica su piazza e in quelle su via Carignano, 9 metri in quelle retrostanti, non solo è vicina al modello delle cascine di Iuvarra (come di quelle prossime all’area delle Casermette) ma, anche, offre la possibilità di essere scandita su 3 livelli. Le tettoie, nel loro complesso, possono essere così riempite, con densità differenti e modulabili a seconda di esigenze e circostanze, con blocchi di 3 metri di altezza (4 nel caso dei piani terreni a terziario delle maniche da 10 metri di altezza), 5 di larghezza, 12 di profondità. Coerentemente con il carattere degli spazi su cui si affacciano, pubblici o privati, le facciate che chiudono le tettoie prendono a riferimento i fronti residenziali o quelli rurali dei rustici di Stupinigi (o, di nuovo, delle cascine dei dintorni). Agli spazi pubblici corrispondono facciate opache, che possono essere indifferentemente in mattone a vista o intonacate, variamente bucate con finestre di uguale altezza. Agli spazi privati o condominiali corrispondono facciate trasparenti – da pensare come un sistema di involucro ad alte prestazioni che consenta l’accumulo di calore d’inverno e la circolazione dell’aria e la protezione dal sole d’estate. Dal momento che i blocchi arretrano in corrispondenza delle facciate trasparenti, si crea un grande sistema di serre, che ha come riferimento più diretto quello delle abitazioni del complesso di BedZed, nell’hinterland londinese (Beddington Zero, Bill Dunster Architects, 2003), esempio recente di insediamento concepito per la riduzione delle emissioni e dei consumi, che per molti aspetti progettuali come tecnologici rappresenta tuttora lo stato dell’arte rispetto al tema dell’architettura sostenibile. Ma non solo: incarna anche le debolezze e le rigidità di una idea di sostenibilità tutta basata sulle soluzione tecnologiche e sulla imposizione di un modello di vita agli abitanti (cfr. “Il Giornale dell’Architettura, reportage di Terry Slavin, gennaio 2008, pag 2). Il progetto per Casermette cerca di evitare queste rigidità proprio nel richiamo a un modello – quello di Stupinigi – che offre garanzie di essere vivibile e appropriato per il luogo, al di là della realizzazione effettiva di un sistema centralizzato di riduzione dell’impatto sull’ambiente, fermo restando la centralità dell’idea di pensare il nuovo quartiere innanzitutto come una sorta di centrale fotovoltaica. Dal punto di vista della sostenibilità sociale, e quindi della promozione della centralità funzionale di un’area che già si trova in una posizione fisicamente centrale rispetto ai dintorni, il dispositivo delle tettoie e dei blocchi che le riempiono consente poi di ottenere una grande variabilità di combinazioni e in particolare di utilizzare il singolo modulo come unità residenziale autonoma, adatta a offrirsi – per esempio – come prima casa indipendente per giovani, singoli o in coppia. Le 4 tipologie residenziali suggerite (casa piccola in condominio, casa media in condominio, villetta media o grande) sono concepite proprio come abaco per un corretto e variato popolamento del quartiere, senza peraltro attribuire le singole soluzioni a una categoria di utenti. Ciascuna tipologia può cioè essere considerata come sovvenzionata, convenzionata o da immettersi sul mercato. In questo modo si garantisce una sostenibilità sociale basata di nuovo, appunto, sulla flessibilità, fornendo all’amministrazione comunale uno strumento adattabile e dotato di modelli di riferimento ben collaudati.
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