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PALERMO (PA), Italia

UNA GIORNATA PARTICOLARE

Antonio Biancucci (capogruppo), Emanuela Davì, Alessandro Pumo, Dario Mauro, Gioacchino De Simone, Nicola Bologna, Gioacchino Munna, Federica Omodei.
Antonio Biancucci, Emanuela Davì, Alessandro Pumo, Dario Mauro, Carlo Gibiino, Gioacchino De Simone

Antonio Biancucci, Emanuela Davì, Alessandro Pumo, Dario Mauro, Carlo Gibiino, Gioacchino De Simone — UNA GIORNATA PARTICOLARE

SINTESI DELLA RELAZIONE DI PROGETTO

Antonio Biancucci, Emanuela Davì, Alessandro Pumo, Dario Mauro, Carlo Gibiino, Gioacchino De Simone — UNA GIORNATA PARTICOLARE

I temi proposti vengono così svolti:

Antonio Biancucci, Emanuela Davì, Alessandro Pumo, Dario Mauro, Carlo Gibiino, Gioacchino De Simone — UNA GIORNATA PARTICOLARE

Lungomare e spiaggia: La spiaggia viene estesa e separata dalle ville tramite un ispessimento della fascia di vegetazione. Si prevede la sostituzione delle cabine con delle strutture ovoidali, posizionabili lungo dei pontili galleggianti che costruiscono lo spazio abitato del mare. Le nuove cabine rappresentano un’unità abitativa minima che consente ad un individuo lo svolgimento di tutte le funzioni esistenziali di base.

Antonio Biancucci, Emanuela Davì, Alessandro Pumo, Dario Mauro, Carlo Gibiino, Gioacchino De Simone — UNA GIORNATA PARTICOLARE

Piazza Valdesi: Viene prevista la demolizione degli edifici esistenti e la costruzione di un edificio polifunzionale dalla forte identità figurativa e formale. In questo edificio vengono custodite, prodotte e distribuite le cellule abitative individuali.

Isolato di via Teti: Viene realizzato un sistema di edifici di forma ovoidale il cui ruolo è quello di cerniera tra le parte urbana della piazza Mondello, il tessuto delle ville e il parco urbano. La destinazione funzionale è quella di contenitori ludici ed educativi per acquari della biodiversità. L’accesso agli acquari avviene tramite una rete di percorsi aerei che si dipartono da vari punti.

Piazza Mondello: La piazza costituisce la centralità della borgata. Per tale ragione si è deciso di allargarne l’attuale estensione demolendo l’isolato sul fronte breve a nord, così da restituire il ruolo di fulcro alla chiesa, come parte di un organismo ecclesiale più vasto comprendente una ecclesia sine tecto. Il suolo viene interamente riprogettato con una sezione a gradoni degradanti verso il mare. La torre della tonnara viene strutturata come polo visivo opposto alla chiesa, figura sullo sfondo di un nuovo edificio polifunzionale di servizi ed attività commerciali. L’edificio della cooperativa pescatori viene progettato ex novo all’interno di un sistema comprendente un mercato del pesce ed un volume a quattro elevazioni per abitazioni che recupera la volumetria demolita. Un filare di alberi segnala il percorso per la riserva naturale di Capo Gallo.

N.B. Ogni riferimento a luoghi, fatti o personaggi realmente esistiti è puramente casuale.

Una giornata particolare.

Particolare? Perché poi particolare? Forse perché non si era ancora abituato. Ogni volta che decideva di abbandonare la superficie era un occasione speciale. Poteva succedere tutto. Non tanto fuori, certo, né intorno a lui. Pensava che forse aveva ragione Emanuela a preferire il mare. Si, perché l’abbandonare la superficie umana della Kalsa, fatta di chiaroscuri rugosi, ed infilarsi giù sotto terra, in quella trama di budelli per poi uscire da un’altra parte, in un altro mondo, non aveva mai voluto che divenisse un’abitudine. Una volta entrato, spariva tutto, spazio e tempo diventavano un amalgama mieloso di volti stranieri, di odori di binario, di suoni fatti di spostamenti d’aria, ritmo delle traversine e segnali elettronici. Entrare per uscire in un altro mondo. Non si poteva giocare sempre questa carta, pensava, non voleva fosse un’abitudine. E poi, forse, laggiù davvero succedeva qualcosa di particolare, di magico, e di questo si stupiva. Si stupiva per come quel meccanismo si ripetesse ogni volta. Scendeva giù alla Kalsa e in qualche istante, perché di questo alla fine si trattava, ma non poteva esserne sicuro dato che non usava orologi, usciva fuori al mare. Si, perché quel giorno era deciso, finalmente erano tutti d’accordo, avrebbero trascorso quasi tre giorni interi al mare. Allora si che sarebbe valsa la pena di scendere lì sotto. Capiva tutti coloro che ogni giorno dovevano spostarsi da una parte all’altra della città, Palermo non era uno scherzo. Ogni giorno quel flusso, lì sotto, quell’amalgama di suoni e di volti, ogni giorno era come se si azzerasse lo spazio tempo. Pensava a Gioacchino, che abitava a Ciaculli e lavorava a Tommaso Natale. Non avrebbe potuto fare altrimenti. Doveva essere una magia, o forse l’avevano portata lì gli alieni come diceva qualcuno. Per lui era più probabile che si trattasse dei resti di un’antica civiltà sconosciuta e misteriosa, le loro strutture, i loro tubi. Dicevano che la metropolitana in realtà l’avessero costruita gli ingegneri, degli uomini come gli altri! Figurarsi. Tutte scuse per tranquillizzarci, pensava. La verità è che ad infilare ogni istante migliaia di persone sottoterra come in una centrifuga per spostarle da una parte all’altra della città ci guadagnavano tutti. Erano tutti più calmi, doveva essere una sorta di magia. E’ per questo che ogni volta entrare sotto ai bastioni di Villa Giulia gli faceva un certo effetto. La linea P era la sua linea. Qualche minuto di cammino dalla piazza, per poi infilarsi nel vicolo accanto al panificio ed arrivava alla fermata. Metro. Eccola. Si cominciava. La metropolitana per lui non era una necessità. Gli sarebbe bastato partire poco prima, c’era un approdo proprio al Foro Italico, a due passi. Avrebbe potuto prendere la linea A della metropolitana del mare e fare un viaggio, tutto en plein air, fino a Mondello, o poi proseguire forse verso Sferracavallo, o arrivare fino all’aeroporto, perché no! Emanuela preferiva così. Il viaggio non era certo meno straordinario, ma era tutto fuori, tutto in vista. Certo che stava lì il bello. Gli approdi furono una scoperta meravigliosa. Significava capire immediatamente, con un’esattezza straordinaria, cosa succedeva, avvicinandosi ed allontanandosi dalla costa. Potevi capire tutto. La geografia soprattutto. Allora Palermo, il golfo, diventavano una stanza all’aperto, di chilometri, alla scala del territorio. Chi partiva da Acqua dei Corsari, sulla linea A, in nove fermate arrivava. Il battello fermava allo Sperone, poi Oreto, S.Erasmo, lì al Foro Italico, Acqua Santa, Arenella, Vergine Maria, Addaura e Mondello. Questa doveva essere stata proprio una grande idea. Nel 1991, incredibile. Preistoria! Progettarono questa metropolitana del mare più di 150 anni fa, in occasione dei cento anni dell’Esposizione Universale. L’idea era venuta ad un architetto, che insieme ad un gruppo di progettisti realizzarono il sistema degli approdi. Avevano costruito una città nuova, la linea del mare, e speculare a questa la linea della circonvallazione, il terzo asse di fondazione di Palermo, un approdo sul mare, una porta sulla circonvallazione, sul viale lungo 120 chilometri. Due mani sulla città, a dita aperte, linee di flusso, merci, persone, informazioni. L’architettura che univa. Gli sarebbe piaciuto fare l’architetto, pensava. Emanuela doveva essere già per strada, in mare. Lui preferiva scendere giù nel tubo, per far scomparire tutto. Bastava poco, e compariva poi un altro mondo, era come amplificare il viaggio, come prendere una pillola. Gli sembrava di ragionare per visioni, luce, un luogo, buio, luce, un altro luogo, c’era una particolare continuità, gli spazi venivano montati uno dopo l’altro, con una pausa di buio e suono di binari e volti stranieri tra l’uno e l’altro. Qualche minuto per scendere alla fermata di via dell’Olimpo. Aveva appuntamento con Nicola, che arrivava dallo ZEN, con la linea F. Si stupiva al pensiero di quello che era stato un simbolo del degrado e di tutto quello che non funzionava a Palermo. Incredibile a vederlo adesso. Eppure aveva visto le foto, ancora agli inizi del duemila era tutto uno sfascio, poi decisero di farlo diventare quello che in realtà sarebbe dovuto essere fin dagli inizi, un insediamento modello come lo aveva voluto il suo progettista. Chissà perché certe persone avevano idee così grandi per la città? Pensava che le idee non erano mai troppo grandi, ma erano piccole le persone che le dovevano mettere in pratica. C’era sempre questo tema dell’utopia che tornava. Ma come si poteva fare senza utopia? Tutto quello che era oggi vero forse un tempo era stato utopia, quella metropolitana, quei battelli sul mare. Lo ZEN adesso era un posto dove molti avrebbero voluto vivere, dove le cose funzionavano, almeno come in qualsiasi altra parte della città. Nicola ci si trovava benissimo, si spostava tranquillamente, aveva la metro a pochi passi. Doveva essere già arrivato. Gli bastava poi una fermata per arrivare a Valdesi. Lì avrebbero incontrato anche Vincenzo, Dario, Alessandro, l’altro Gioacchino, Carlo, Federica Alessandro preferiva venire di corsa, con lo zaino in spalla, non abitava lontano, ma gli piaceva lo sport. Vincenzo e Dario sarebbero venuti in bicicletta, Gioacchino non avrebbe rinunciato mai alla sua moto e avrebbe dato un passaggio a Federica, Carlo era un amante del passato, poteva permettersi l’automobile, anche se non aveva il coraggio di confessare quanto gli costava mantenerla. Importante non era il come ma il fatto che sarebbero stati tutti lì a Mondello. Gustava l’attesa di quel momento, anticipando con un misto di ricordi e immaginazione quel che sarebbe avvenuto. Lo scorrere del treno sui binari era ipnotico. I neon, il rumore delle traversine, facevano da metronomo. Si sarebbero incontrati sotto la grande coda. Era proprio una giornata particolare. Arrivare a Valdesi in metro era uno spettacolo. La metro ti lasciava proprio sotto il mostro, sotto la sua pancia, salivi e ti trovavi dentro. Lo chiamavano mostro perché quando lo costruirono la città si divise in due, molti non volevano. Tornava l’utopia… Palermo in fondo era sempre stata la città dei grandi sogni, delle grandi visioni, più o meno realizzate, di popoli che lì avevano voluto dar forma a grandi visioni del mondo, a grandi ideali e speranze, al sogno del Mediterraneo in Europa. Lo chiamavano mostro, ma a tutti loro stava simpatico. “E’ un mostro avevano detto tanti anni fa, non possiamo farlo, deturpa”, e poi… quanti anni erano passati da quando venne in mente a qualcuno di demolire il vecchio condominio che si trovava al suo posto e che non c’entrava nulla con il tessuto delle ville e delle piccole case della borgata. “Togliamo un mostro per metterne uno ancora più grande… dalla padella alla brace…, deturperemo la costa, il paesaggio…” avevano detto, ma loro ci erano cresciuti dentro, sotto, sopra, con gli skate, di notte era sempre una sfida, con le MTB a chi faceva i loop più pericolosi. Per loro era stato sempre lì, come una creatura affettuosa. Scherzava spesso con Nicola su come il mostro era arrivato fin lì. Nicola diceva che era atterrato volando da chissà dove, dopo aver distrutto, sparando fuoco dagli occhi, il vecchio condominio. Diceva che aveva anche le ali, e che adesso erano ripiegate e non si vedevano, o che forse le aveva perse in volo prima di atterrare lì. A lui piaceva pensare invece, ma anche gli altri erano d’accordo, che era arrivato dal mare, che stava negli abissi del blu prima di emergere lì… Gli sembrava più logica come soluzione. Certamente la punta su Valdesi era una testa di animale marino, e la grande coda gli serviva per spostarsi in acqua, non c’era altra spiegazione. Oggi sarebbero stati tutti lì, sotto la grande coda, ed era lì che il mostro deponeva le uova. Solo un animale marino poteva deporre le uova in quel modo. Avevano prenotato in rete due giorni fa. Iniziava una grande stagione estiva. Ognuno avrebbe fatto poi quello che desiderava con il suo uovo, ma l’inizio dell’estate andava fatta tutti insieme, come ogni anno. Che spettacolo Mondello. Una linea e scompariva tutto, dopo la grande superficie in pietra iniziava la sabbia, la soglia delle palme e del verde, il fresco, l’ombra e poi, dopo aver attraversato una vegetazione fittissima, cuore di tenebra lineare, compariva di nuovo la luce, accecante, riflessa sulla spiaggia bianca e sul mare, e poi tutto blu, il cielo e il mare. Forse si sarebbero separati già domani sera, ma intanto stasera e domani sarebbero rimasti tutti insieme sul quinto pontile, lontani dalla costa, nel blu. Sulla quinta zampa della medusa. I tentacoli della medusa erano sottili, e delicati come filamenti abitati. Arrivavano lontano, nel profondo del mare. Era davvero un’emozione cominciare a camminare sul mare, abitarlo. Ricordava la mappa che aveva visto alle Fiji. Le conchiglie rappresentavano le isole, i ramoscelli erano le correnti. Quello che in apparenza sembrava un diagramma astratto era in realtà una rappresentazione fedele del tessuto abitativo del mare. Tutto era misurabile, purchè ci fossero uomini a farlo. Il golfo gli ricordava quella mappa. Pensava alle correnti sottomarine lungo le quali si spostava Moby Dick. Delle strade misteriose nascoste nel blu, che nascevano in qualche punto per poi affiorare chissà dove, e pensava anche ai pontili dei primi del novecento a Coney Island. Palermo era New york e Mondello era Coney Island, come nelle foto in bianco e nero d’inizio novecento, stessa folla di persone in cerca di svago che si spostava dalla città verso il mare, stessi sogni d’evasione, stessa atmosfera di divertimento artificiale. Era piacevole abitare i pontili. C’era gente d’ogni tipo, surfisti rasta, liceali, famiglie, turisti, venditori di cibo. Le uova tutte in fila, una dietro l’altra, erano come una teoria allegra e colorata. Venivano fatte proprio a Valdesi dal mostro. Poi potevi portarle dove volevi. Molti preferivano stare nel verde delle ville, a gruppi, o da soli, abitavano così, tra le case, tra gli alberi. Il sistema di percorsi e sentieri spontanei nella vegetazione aveva disegnato sul suolo d’erba una intricata ragnatela, la stessa che in quota, sopra i tetti, formava una calotta sul parco. I sentieri conducevano alle uova, disposte a gruppi, a filari, isolate, altri portavano alle ville o raccordavano l’antica griglia stradale, che come il tracciato archeologico di una città greca manteneva un ordine sul paese. Altri sentieri non conducevano in nessun posto particolare, o finivano in mezzo ad un grumo d’alberi. Questa rete di sentieri disegnati nel verde assieme agli ellissoidi sparsi gli ricordava il grumo vegetale di filamenti e semi bianchi che occupavano la pancia delle grandi zucche arancioni. Si, Mondello era anche una grossa zucca spaccata a metà, piena di trame e di oggetti, collegati tra loro dalle trame di una strana biologia, fatta di uova e di filamenti, ogni uovo un uomo, come cellule di un tessuto. Non c’erano problemi in quella pressione sociale, gonfia d’uomini che provenivano da un vasto territorio per trovare il proprio pezzo di mare. La superficie era vasta. Un tempo invece tutto era privato, e i giardini chiusi da alte recinzioni, che separavano alcuni ricchi esteti dalla massa delle persone che occupavano delle baracche in legno sulla spiaggia, o semplicemente utilizzavano i pochi centimetri quadrati di sabbia ancora disponibili. Adesso Mondello era un unico grande spazio pubblico abitato da una comunità indistinta e pacificata di uomini che godevano di quella meraviglia. L’arazzo di alte piante tropicali e ville bianche, gli ricordava i quartieri residenziali borghesi di Caracas, o dell’Havana. Loro invece preferivano il mare. Alessandro non era asociale, ma talvolta si dissociava dal gruppo per farsi piazzare giorni interi sul fondo del mare. Come diavolo faceva a stare pressurizzato lì sotto a trenta metri sul fondo del mare tutto quel tempo? Amava stare in mezzo ai pesci ed alle meduse. I nuovi modelli d’uova col guscio che poteva divenire trasparente erano stati una rovina per lui. Sarà stato spettacolare certo, abitare sul fondo, nel silenzio del blu, tra le creature del mare ma per lui era impossibile, anche se gli veniva difficile ammettere che aveva paura. E poi, se ti andava di vedere esseri strani, c’erano le bolle degli acquari, non c’era bisogno di fare nessuna fatica ed era molto più rilassante. Prima della consegna delle uova sarebbero trascorse alcune ore. Avrebbero potuto fare due passi, andare agli acquari, e poi forse anche alla grande piazza. Gli acquari erano delle enormi teste di divinità piene di creature strane, di pesci, di uomini e di meduse. Erano un uomo, una donna ed un bambino, e qualche altro tentativo. Ammirava quel sorriso beffardo, ineffabile e misterioso come di sculture egiziane. Il percorso lungo i nastri era continuo. Era affascinante sollevarsi da terra, camminare per poi entrare dentro quei luoghi straordinari. Era bello arrivarci sia dal parco che dalla tonnara. Il percorso dal parco ti faceva vedere le forme come delle grandi teste, dei volti che emergono dalla vegetazione, sembrava di essere nella foresta amazzonica o a Pasqua, era un paesaggio incredibile. Dalla piazza invece potevi capire come le passerelle che vi entravano dentro erano dei nastri che partivano dai gradini, e i gradini erano un bordo continuo che confluiva nella chiesa. Salivi sulle passerelle, salivi piano, e cominciavi a vedere tutto da un altro punto di vista, le case, le persone, i pontili, il mare. Lassù era tutto diverso. E poi dentro. All’interno era come stare in un altro pianeta. Si, poteva dire con certezza che ognuno di quei globi era un pianeta, con la sua atmosfera, e i suoi abitanti, habitat differenti, ecosistemi in miniatura. Le calotte erano come dei grandi teatri all’aperto da cui potevi assistere in pace, sdraiato al sole, al grande spettacolo dell’umanità che si divertiva lì a Mondello e trovava agio. Utopia. Avrebbero potuto anche fare una pausa, magari prendere un gelato in piazza. Quel luogo lo capivi subito. Iniziava con un cilindro e finiva con un cubo. Vedevi i nastri dei gradini che entravano dentro tra la torre della tonnara e la chiesa. Aveva sempre ammirato quei volumi. Gli interessava come da qualsiasi punto di vista tutto avesse sempre un ordine, una conclusione. C’era un sistema ordinatore, pensava. Sicuramente non era stato il caso a creare quell’insieme. Gli interessava soprattutto come dopo il caleidoscopio di tutto l’ambiente precedente, i pontili, il sistema delle uova, il mostro, le teste degli acquari, dopo tutti quei rumori e quelle dissonanze brusche, adesso nella piazza tutto tornava ad una dimensione umana, più pacata e silenziosa, nostalgica, gli episodi architettonici erano visibili in lontananza e tutto era governato innanzitutto dalle proporzioni di quel rettangolo di spazio e di cielo. Questo ordine era già percepibile grazie al complesso dei negozi, che era stato ordinato in un’unica orizzontale di vetro e acciaio sul fronte a monte. La linea orizzontale faceva da sfondo agli acuti contenuti delle insegne pubblicitarie poste sul tetto delle abitazioni. Quella folla quieta di caratteri si ammassava in alto sui tetti scomparendo però sotto la grande massa del Monte Gallo. Anche la torre era come una linea, ma verticale. Aveva una massa, ma era messa in modo tale da costituire una figura particolare, sullo sfondo dell’edificio della galleria. Era bello scendere dalla montagna ed inquadrarla in prospettiva attraverso la galleria. Gli piaceva anche come l’edificio si piegava e si deformava fino ad accogliere come una tela la torre, gli sembrava che l’edificio facesse un inchino. Il suolo della piazza era composto quasi lungo la diagonale, il sistema aveva un fulcro nella grande statua della sirena, strana creatura anche quella, come Palermo e Mondello, sembrava un simbolo perfetto, metà uomo e metà pesce, ma tutto assumeva senso in rapporto al grande volume puro della chiesa. La chiesa era lì ancora, come sempre, il centro di tutto. Utopia. Ma trasmetteva un senso di pace e di stabilità, lontano dalla folla e dai divertimenti. Tutte le linee della grande gradinata fugavano verso il paramento metallico e increspato di luce della chiesa. Dentro c’era un ordine ed una pace assoluta. Gli piaceva anche il passaggio lento dall’esterno vasto al piccolo spazio a cielo aperto dove era posizionato il fonte battesimale, lì era veramente metafisica. Gli interessava anche come venisse accostata la ecclesia sine tecto alla parte della chiesa preesistente, senza che dall’esterno ciò fosse percepibile. Si, perché un tempo non era così, c’era solo una parte della chiesa, quella coperta, che si leggeva nell’antico prospetto all’interno del nartece. Cose dentro le cose, e poi ancora, esterni come interni. Una piccola chiesa che era nascosta da un isolato disordinato che gli stava davanti. L’isolato era stato demolito e le antiche funzioni di commercio e residenza spostate nel volume che chiudeva la piazza della cooperativa pescatori. Esistevano ancora le foto. Utopia. Era curioso anche il modo con cui avevano sistemato la cooperativa pescatori. Questo è il modo di fare, pensava. Alla richiesta di realizzare una cosa, si risponde allargando l’orizzonte, mostrando come tutto diviene un sistema più ampio, come i sistemi potevano lavorare insieme. E’ per questo, credeva, che avevano posizionato il mercato e la cooperativa sul molo, in unico lungo edificio che correva e si piegava lungo il perimetro come per accogliere lo spazio in un’altra grande piazza. E’ per questo che potevi camminarci sul tetto, ad una quota superiore, attraversare l’alto volume delle abitazioni e scendere dall’altro lato nel giardino. Tutto sembrava non finire, i percorsi continuavano ancora, e poi ancora, un ampio filare d’alberi si dipartiva dalla cooperativa e come un lungo serpente verde ti conduceva sino all’ingresso della riserva naturale di Capo Gallo. Già la riserva naturale… A sera fatta, pensò, sarebbero tornati a Valdesi, ognuno avrebbe avuto il suo uovo. Una volta dentro sarebbe tornato ad essere un individuo. Avevano però conquistato il loro pezzo di mare e d’estate, come tutti. Utopia. Casa, si poteva esclamare entrando dentro quel piccolo uovo. Già pensava a quella dimensione dell’abitare, a quel guscio protettivo, minuto ma completo, dove dentro potevi fare tutto, e abitare, abitare dove volevi. Che straordinaria rivoluzione. Potevi studiarci, lavorarci connesso in rete, vedere un film sulle pareti avvolgenti, mangiare qualcosa di veloce, dormire, lavarti, fare l’amore. Quella era una vacanza perfetta. Perfetta come la linea che univa la montagna al mare. Si, il giorno dopo, come ogni anno, non avrebbe resistito. Si sarebbe trasferito in montagna, sul Monte Gallo, al fresco, lontano dal mondo. Era bello stare insieme, pensava, ma già si vedeva appeso a quel cavo d’acciaio, dentro il suo uovo, a quattrocento metri d’altezza tra le nuvole, in direzione del bosco, con il sole in faccia, e all’orizzonte Palermo, le montagne della conca d’oro, e tutti i promontori verso Messina, la circonvallazione poi, i parchi urbani, la schiena del monte Pellegrino che chiudeva sul fianco la grande medusa di Mondello, i giardini, le ville, le persone che scomparivano piano sempre più piccole. Respirava già quell’aria fresca di montagna, quando la voce metallica registrata annunciò la sua fermata, era arrivato. E quasi gli dispiaceva interrompere quel flusso di pensieri e sensazioni e ricordi per cominciare una giornata particolare.

Bridges