La Repubblica
Palermo: La città di Almeyda patrimonio da salvare
Un articolo di Rosanna Pirajno
Cadrà il 31 gennaio 2011 il centenario della morte di Giuseppe Damiani Almeyda, l´architetto di origini campane (nasce a Capua nel 1834) che, sbarcato a Palermo nel 1859 con la qualifica di Ingegnere di campagna, da Ingegnere mandamentale del Comune inizia dal 1863 una intensa attività progettuale che lo consacra, come scrisse Anna Maria Fundarò, «figura rilevante nel panorama nazionale dell´Ottocento, testimone dell´alto livello culturale della Palermo di quel secolo». Ed è almeno per le sue opere maggiori, le più note e gettonate tra i «monumenti cardine dell´architettura siciliana», ovvero il Politeama (il Teatro Diurno per cui vince il concorso nel 1866 e che sarà inaugurato nel 1874, ancora privo della complessa copertura metallica), il restauro del Palazzo di città (1864), le quattro edicole di Villa Giulia (1868-69) e l´ampliamento della sede dell´Archivio comunale (1880-81), che la città dovrebbe essergli riconoscente e ricordarlo come merita in quella data.
Nonostante la storiografia si sia occupata di lui piuttosto tardivamente, Damiani Almeyda è da tempo entrato di diritto nel novero dei più notevoli rappresentanti di quella fertile stagione in cui pubblico e privato se li contendevano, i progettisti più interessanti e capaci di dare lustro alla committenza e linfa nuova alla «costruzione della città palermitana» con linguaggi innovativi, seppure derivati da un classicismo non rinnegato ma che rivendica il diritto di guardare oltre.
Il centenario potrebbe quindi costituire una ottima occasione per arricchire il patrimonio di conoscenza del personaggio e dei personaggi-simbolo della cultura architettonica di quel periodo, in una Palermo rigogliosa di fermenti espressivi e personalità di notevole levatura, di cui Basile padre e figlio e Damiani Almeyda furono le punte emergenti universalmente riconosciute.
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