Il Mattino
Giulio Pane: Gaudí tra passato e futuro dell'architettura
Giulio Pane – L’attualità di Antoni Gaudì, al quale stamattina a Castel dell’Ovo viene dedicato un convegno internazionale – che proseguirà anche domani: parleranno tra gli altri gli ospiti e amici catalani Bassegoda, Bonet Armengol, González, Gueilburt, insieme a Crippa, Lima e Marconi, oltre a numerosi architetti e docenti dell’ateneo napoletano – promosso dal dipartimento di Storia dell’Architettura e Restauro della Federico II, sta, paradossalmente, proprio in ciò che ci appare oggi più antitetico rispetto ai modi dell’architettura contemporanea. Egli è stato certamente interprete consapevole di una concezione ampia dell’architettura, che comportava il controllo di tutto intero il processo costruttivo, dalle scelte icnografiche e distributive, alle strutture, ai materiali, alle finiture superficiali. In poche parole, egli è stato uno degli ultimi a esprimere una concezione integrale dell’architettura.
Così gli spazi da lui concepiti vestono i modi di vita del suo tempo in modo singolarmente persuasivo, trasmettendo una sensazione piena e compiuta di soddisfacimento dei bisogni pratici ed estetici. Nulla perciò di più antitetico, rispetto a certa gestualità contemporanea, nella quale si finisce con lo scoprire l’aspettativa tradita, lo scarto tra forme e contenuti, tra struttura e forma, tra istanze e realizzazioni. Ma come ha raggiunto Gaudí un tale risultato? Si è molto parlato della sua religiosità, e del suo attaccamento all’ultima opera, quella Sagrada Familia che si va completando non senza polemiche sull’opportunità della sua continuazione. Ma si è generalmente trascurato il fatto che la sua attività è tutta permeata di religiosità, e non solo nel senso più ovvio di una particolare attenzione alla realizzazione di spazi liturgicamente ed emotivamente rispondenti, ma proprio nella capacità di inseguire e perseguire il dettaglio. Se «Dio sta nel dettaglio», come osserva Martin Cunz e come questo aforisma è percepito nella moderna attività architettonica, Gaudí lo ha pienamente applicato. E lo ha applicato anche accettando – come avviene di percepire, visitando il Parco Güell o le sue realizzazioni nella Cattedrale di Maiorca, con l’allievo e collaboratore Jujol – l’incompiuto o il degrado inevitabile della sua opera, come qualunque opera dell’uomo. Se egli era persuaso che il compito dell’uomo fosse quello di servire Dio compiendo un precetto anche minimo, ogni momento, ogni tratto, fosse anche il più banale del suo lavoro, doveva testimoniare quella dedizione. La concezione estensiva e integrale dell’attività architettonica comportava inoltre che non solo l’apparato decorativo, i materiali, le soluzioni particolari di un infisso, di un cancello, di una maniglia, dovessero essere ripensate, ma proprio l’intero organismo architettonico.
Per fare ciò, Gaudí si affidò ad un profondo ripensamento del gotico, coniugando le concezioni analitico-matematiche del suo tempo con l’approccio istintivo e intuitivo degli architetti del Medioevo. E riscontrando, nel loro avvicinamento alla verità costruttiva, la necessità di un correttivo, costituito dalla introduzione dell’arco parabolico e della geometria delle coniche, come le sole figure che trovassero riscontro nella natura e rispetto alle quali i materiali tradizionali potessero essere utilizzati secondo il minimo sforzo. Ciò non è soltanto una grande, intuitiva novità strutturale, oggi largamente praticata nelle tensostrutture, nei ponti sospesi e generalmente nelle strutture funicolari, ma comportava una revisione totale del modo di concepire la pianta dei fabbricati. Essi non avrebbero più avuto l’aspetto di un estruso industriale multipiano, come avviene per tante confections contemporanee, ma piuttosto quello di un organismo in grado di variare la sua articolazione ad ogni livello. Oggi, che tanta architettura contemporanea mostra spesso la sua angustia e la sua ripetitività, il messaggio di Gaudí torna prepotentemente attuale, intriso com’è d’intensa percezione della materia e delle sue possibilità espressive. C’è insomma molto più futuro nel passato di Gaudí, che non in molte delle presenti esperienze architettoniche. Riflettere su tutto ciò, e trarne stimolo per una rinnovata affermazione dell’architettura, intesa come occasione di gioiosa espressione di vita, al di fuori di certi stilemi contemporanei, è un compito didattico e professionale più che mai necessario, se crediamo ancora che il nostro tempo abbia qualcosa da dire.
Giulio Pane Docente Facoltà di Architettura della Federico II
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