Il Messaggero
Roma - Roma ha un nuovo Volto
Di Massimo Di Forti
La croce e la cupola. Altissima e lineare, quindici metri in ferro verniciato di bianco sì da apparire pura essenza, la Croce è il punto cardinale del progetto, incipit e meta, domina una grande ‘V’ che è sia segno di in-V-ito che è traguardo da conquistare. La ‘V’, il luogo dell’accoglienza, è il sagrato che costituisce la zona di massima divergenza delle linee prospettiche e si apre come due braccia tese verso la città per farla penetrare nello spazio sacro.
La cupola, rappresentazione cosmica per eccellenza, c’è e non c’è . E’ una sfera che si divide in altrettante semicupole, una reale che abbraccia l’aula destinata alla funzione sacrale sulla quale si affaccia una imponente vetrata circolare, anch’essa di duplice significato, perché appare sia come un occhio rivolto al cielo sia come uno sguardo che dall’alto si posa sui fedeli; e l’altra virtuale , esterna, evocativa, che allude all’inconoscibile, al mistero, alla dimensione irraggiungibile del sacro. Less is more , il Divino è purezza, essenzialità, trasparenza.
Dopo il capolavoro di Richard Meier a Tor Tre Teste un altro gioiello arricchisce Roma. La Chiesa del Santo Volto di Gesù progettata da Piero Sartogo e Nathalie Grenon sulla via della Magliana è un miracolo divenuto sostanza, come un’astronave approdata sulla Terra grazie a una singolare quanto felice combinazione: il talento di due architetti di raffinatissima matrice concettuale (o, detta in altri termini, capaci di riflettere sugli spazi che creano e non solo di creare spazi per stupire, cosa oggi di moda) e la partecipazione sempre più convinta del Vicariato, assicurata dalla competenza del vescovo Ernesto Mandara e dall’entusiasmo del parroco don Luigi Coluzzi.
Spiega Sartogo, per dare un esempio di questa fortunata liaison : «Quando ho progettato la Chiesa, ho pensato al sagrato come a una specie di vettore verso il punto di fuga costituito dalla Croce che è al di là dell’edificio ecclesiale, un segnale forte della città che dialoga con lo spazio sacro. Non avevo pensato, per la verità, che visto dall’altra parte, dalla posizione della Croce, il sagrato diventasse il gesto dell’accoglienza. Se ne sono accorti i membri della commissione del Vicariato e io l’ho molto apprezzato. Così, è stato chiaro a tutti che si trattava di un gesto biunivoco e rappresentava sia un traguardo che un richiamo. C’è un precedente, per quanto diverso, con Borromini a Sant’Ivo».
Ha ragione Nathalie Grenon a sottolineare, con legittimo orgoglio, un punto cruciale: «E’ un messaggio importante che un’opera come questa sia stata realizzata in una periferia disagiata dove l’arte e architettura contemporanee sono praticamente assenti. E, proprio per la sua collocazione, abbiamo voluto darle un segno forte di legame con la città, di spazio di socializzazione e di solidarietà».
Aggiunge Piero Sartogo: «La città è disegnata dai suoi vuoti, dalle piazze, dalle vie, non dai pieni. Vive delle sue cavità. La ‘V’ del sagrato, che parte dalla strada e arriva fino alla Croce, risponde a questa esigenza. E’ un vettore, in tutti i sensi. Significa che la città penetra nello spazio sacro, diventa un tutt’uno con la Chiesa. In questo modo, abbiamo supera to un grave difetto di gran parte della progettazione moderna e contemporanea: la chiusura dell’organismo architettonico in se stesso, l’idea di essere quasi un oggetto poggiato sul territorio, senza un legame con l ‘ambiente circostante».
Teorico e artefice dell’architettura virtuale fin dall’inizio degli anni 70 (quando il termine ‘virtuale’ era pressoché sconosciuto), Sartogo non si è smentito neppure questa volta con la sua cupola ‘tagliata’ a metà tra interno ed esterno, visibile e invisibile. Dice l’architetto romano (ma, nella sua città, finora aveva realizzato soltanto la prima opera, la sede dell’Ordine dei medici, che gli valse la stima di Bruno Zevi): «Osservandola dall’interno, la cupola divisa può somigliare a un anfiteatro che riceve la luce dal grande occhio costituito dalla vetrata circolare. E, nello stesso tempo, dà un’impressione di continuità con l’esterno, rafforzando l’atmosfera di spiritualità che la pervade. Per raggiungere questo risultato, però, è stato necessario vincere una sfida difficilissima perché la semicupola reale non è sostenuta da alcun pilastro: si regge unicamente sulla immensa vetrata di 17 metri, alta come una palazzina. Montarla è stata una vera impresa, resa possibile da alcuni collaboratori straordinari come gli ingegneri Antonio Michetti e Ignazio Breccia, che è stato anche il direttore dei lavori. E’ straordinario vedere questa semicupola in travertino che non ha pilastri, non ha supporti, salvo la parete dove c’è la vetrata, e si regge a sbalzo a 20 metri dal suolo: sembra quasi volare… E pensare che osservandola dall’esterno, quando i lavori erano ancora a metà, un amico di passaggio in via della Magliana mi aveva domandato: ma cosa stai disegnando da quelle parti, una giostra?».
Last but not least , Sartogo e Grenon (ai quali dobbiamo progetti prestigiosi come l’ambasciata italiana a Washington) sono riusciti nell’intento di coinvolgere nell’opera otto famosi artisti contemporanei, da Jannis Kounellis a Carla Accardi, da Mimmo Paladino a Eliseo Mattiacci. «Volevamo riprendere una prassi secolare, oggi spesso abbandonata», dicono i due architetti, «quella di concepire una chiesa, un tempio, come un’opera corale». E anche questo, nel panorama dell’arte e dell’architettura contemporanee in Italia, è un primato.
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