L'Espresso
Da un'intervista a Vittorio Gregotti
Il problema c´è, ed è esplosivo: «Se anche fossero solo 40mila, metà dei calcoli più pessimisti, le case a basso costo di cui c´è bisogno sono un´enormità, anche cominciando a costruire subito, per farle ci vorrebbero dai cinque anni in su». Ma che, dopo tanti anni di oblìo, di edilizia sociale a Milano si torni di colpo a parlare con l´occhio ai cantieri da far partire, a un architetto di lunghissima carriera come Vittorio Gregotti fa anche venire un sospetto: «Sarò malizioso, ma si potrebbe pensare che dopo la sbornia dei grandi progetti, in tempi di vacche più magre i costruttori forse stanno cominciando a pensare che con qualche sovvenzione anche fare le case per i più poveri può diventare un business sostenibile».
Oggi, alla tavola rotonda in Triennale sul social housing, l´intervento di Gregotti, che della stagione d´oro dell´edilizia popolare italiana ha fatto in tempo a essere protagonista, firmando tra l´altro il controverso quartiere Zen di Palermo, avrà un taglio storico («Ricorderò che il tema è centrale dagli anni 20 ai 50 e poi viene perché lo Stato ritiene di dover abdicare al ruolo di progettare le città»), ma la sua riflessione arriva dritta al cuore del presente e del futuro di Milano: «Si stanno costruendo fin troppi uffici e centri direzionali, mentre a mio parere dalla dismissione delle aree industriali e infrastrutturali doveva nascere una miscela di servizi, lavoro e case accessibili a fasce differenti di reddito. Compresi gli immigrati, ai quali bisogna dare lavoro, educazione e case, se non si vuole finire come a Parigi con le banlieue».
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